Obiettivi vulnerabili e attacchi spettacolari ecco la nuova strategia decisa dal Califfato

Obiettivi vulnerabili e attacchi spettacolari ecco la nuova strategia decisa dal Califfato

Domani le autorità belghe torneranno a interrogare Salah Abdeslam, il responsabile logistico degli attentati di Parigi arrestato venerdì nel quartiere brussellese di Molenbeek. Notizie assolutamente credibili indicano che l’ex meccanico sta collaborando. Sarebbe del tutto in linea con il suo profilo: un uomo che si è tirato indietro al momento di farsi saltare in aria, che urlava e singhiozzava quando chiamava gli amici per farsi aiutare dopo gli attentati, che è tornato nelle strade dov’è cresciuto non per nascondersi in piena vista ma per tornare in un posto dove si sentiva a casa.

Ora, col bilancio degli attentati che sale a 34 vittime e oltre cento feriti, gli investigatori faranno ancora più pressioni su Abdeslam per avere delle risposte. Il problema è che Salah è un personaggio relativamente di basso livello. Magari saprà qualcosa sulle reti locali in Belgio, ma sa poco della strategia più generale portata avanti dall’Is con i suoi attacchi contro l’Europa.

Una domanda ovvia è se gli attentati fossero stati preparati in anticipo. Forse il timore di retate in seguito alle informazioni che Abdeslam poteva fornire agli investigatori ha accelerato i tempi, ma la risposta è quasi certamente sì, erano stati preparati in anticipo. Ci vuole tempo per approntare le cinture degli attentatori suicidi, con esplosivi delicati da fabbricare e collegare. Bisogna procurarsi gli Ak47 e nasconderli da qualche parte, insieme alle munizioni. Perfino in Belgio, dove è più facile che nel resto d’Europa procurarsi armi simili, non è cosa che si possa fare da un giorno all’altro.

Significa che gli attentati fanno parte di una strategia dell’Is, anche se forse il gruppo è stato costretto a lanciarla più in fretta di quanto sperasse. Quale può essere questa strategia?

L’Is vuole terrorizzare, mobilitare e soprattutto polarizzare. È la loro strategia in Iraq, Siria e Libia, ed è la loro strategia anche in Europa. Sperano di terrorizzare i loro nemici, mobilitare i loro sostenitori e polarizzare le comunità per creare divisioni da sfruttare. In Medio Oriente, questo significa mettere sciiti contro sunniti, tribù contro tribù, villaggio contro villaggio, famiglia contro famiglia. Nel caso dei paesi europei, significa mettere una maggioranza non musulmana contro una minoranza musulmana. Era spiegato a chiare lettere in un articolo sulla rivista dell’organizzazione nel 2015, che parlava della «zona grigia» fra le due schiere contrapposte dei credenti e dei miscredenti, dell’islam e dell’Occidente: una zona grigia da sradicare. Il modo migliore per farlo, proseguiva l’articolo, è impiegare a una violenza sconvolgente, spettacolare. L’Is sa che è molto difficile far esplodere un aereo o un’ambasciata, come un tempo cercava di fare Al Qaeda, ma attacchi multipli come quelli di Parigi possono avere un effetto altrettanto devastante. Una serie di attentati hanno un impatto ancora maggiore.

Come ha scelto il suo obbiettivo l’Is? Anche in questo caso è un complicato mix di quello che l’organizzazione terroristica può e quello che vorrebbe fare. Non sappiamo se le reti in Belgio fossero in stretto contatto con i comandanti dell’Is in Siria, e se la scelta dell’obbiettivo sia stata vagliata a Raqqa o a Mosul.

Ma è improbabile: più verosimile è che l’aeroporto e la metropolitana siano stati scelti da quelli sul campo, e non ultimo perché erano vulnerabili. Il fatto che Bruxelles sia la capitale di fatto dell’Europa è un bonus, come il fatto di colpire nell’ora di punta. E anche se non è la prima volta che i trasporti pubblici vengono presi di mira – gli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, poi quelli a Madrid e a Londra – proteggerli del tutto è impossibile. I 270 soldati che il governo belga ha dispiegato sono un gesto che ha poco di sostanziale.

Chi sono i giovani uomini (sono quasi certamente uomini) che hanno fatto questo? Ogni persona segue un suo percorso specifico verso la violenza, ma precedenti esperienze ci consentono di farci un’idea. Gli assassini sono quasi certamente cittadini belgi o francesi con genitori, nonni o addirittura bisnonni arrivati in Europa dal Marocco, dall’Algeria o da altre parti del Maghreb. Possono avere un livello di istruzione relativamente alto, anche se probabilmente hanno qualche collegamento quantomeno con la piccola criminalità. Quasi sicuramente non sono poverissimi. È possibile, come per la maggior parte degli attentatori di Parigi, che abbiano combattuto in Siria e ne siano tornati più brutali, radicalizzati e dogmatici. Un fattore importante per spingerli a morire è un sentimento di solidarietà con i loro amici, fra cui spesso ci sono individui che conoscono da molti anni.

Anche questa connettività sociale è importante. Spesso, nel terrorismo, quello che conta è chi conosci, non che cosa sai. Decine di persone hanno dato rifugio a Salah Abdeslam, o quantomeno non hanno fatto nulla per tradirlo, durante i suoi quattro mesi di latitanza. Lui e gli altri attentatori di Parigi fanno parte di vaste reti di simpatizzanti che si estendono in tutta Europa. Gli investigatori sperano che Abdeslam sappia dire chi sono gli attentatori di ieri. Se così non fosse, le stragi potrebbero essere la prova dell’esistenza di un’altra rete dell’Is: e un nuovo, infernale ciclo di violenza potrebbe ricominciare da capo.

( Traduzione di Fabio Galimberti)

 



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