Egitto, soccorso al generale-presidente: 1,5 miliardi di dollari dai Saud

Egitto, soccorso al generale-presidente: 1,5 miliardi di dollari dai Saud

Il modello Al-Sisi ha ormai plasmato il volto dell’Egitto: a cinque anni dalla caduta di Mubarak e di una rivoluzione popolare che ha fatto storia, il paese è stato ridotto all’ombra di se stesso. Preda di un terrorismo che più che islamista è di Stato.

Il generale-presidente ha un obiettivo: far tornare il Cairo il centro decisionale della politica araba.

Per farlo infiamma la guerra civile libica con il sostegno indefesso al general Haftar, capo delle forze armate del governo di Tobruk, sfrutta l’emergenza Isis per ottenere aiuti militari e pulirsi la coscienza fuori, sventola sotto il naso dell’Europa le ricchezze energetiche del paese. E rafforza i legami con il Golfo: l’Arabia Saudita, la stessa che ha finanziato il colpo di Stato anti-Fratelli Musulmani, oggi investe in Egitto ingenti somme.

Il 20 marzo scorso il paese nordafricano ha fatto sapere di aver ricevuto un’altra offerta: 1.5 miliardi di dollari per sostenere economicamente i progetti di sviluppo nella penisola del Sinai. Tra i progetti ci sarà la costruzione di un’università, di zone agricole e zone residenziali. Una somma consistente che si aggiunge agli 8 miliardi messi sul tavolo a dicembre per investimenti da portare avanti nei prossimi 5 anni e l’accordo per fornire al Cairo greggio nello stesso quinquennio.

Così la longa manus saudita si prende l’Egitto, schiacciato dalla crisi economica, e l’intero pacchetto: sostegno nella guerra contro lo Yemen, nella repressione dei movimenti islamisti legati alla Fratellanza, nelle politiche contro la Striscia di Gaza governata da Hamas e nella battaglia per salvare i proventi del petrolio, il cui prezzo è in caduta libera.

Non è un caso che il denaro proposto sarà investito in Sinai, zona calda di attentati e scontri contro gruppi armati islamisti, la minaccia che serve ad al-Sisi per stringere la morsa all’interno e all’esterno. Il giorno prima dell’annuncio del miliardo e mezzo in più, l’ultimo episodio: 15 poliziotti sono stati uccisi nell’attacco del checkpoint al-Safa ad al-Arish, poi rivendicato dal gruppo “Sinai Province”, legato allo Stato Islamico. L’attentato sarebbe stato sferrato da un kamikaze con un camion-bomba e sarebbe seguito ad un assalto che ha permesso ai miliziani di confiscare armi.

E se la penisola del Sinai resta sotto stato di emergenza, il resto del paese vive quotidianamente nella morsa della censura e della repressione.

Nelle scorse settimane le luci si erano accese sulle proteste dei medici egiziani, aperta sfida al regime che dal golpe del 2013 ha vietato manifestazioni di piazza: a metà febbraio 4mila dottori hanno preso parte ai sit-in e le riunioni organizzate dal sindacato di riferimento per combattere le violenze della polizia contro gli staff ospedalieri. Chiedevano le dimissioni del ministro della Sanità, dopo il pestaggio di due dottori dell’ospedale cariota di Matariya all’inizio di gennaio da parte della polizia: i due medici, Ahmed Abdullah e Moamen Abdel-Azzem, si erano rifiutati di contraffare un referto e sono stati arrestati, dopo le botte.

Dopo un mese la situazione non è cambiata e sono tornati a protestare contro «una violenza cronica», chiedendo inchieste contro i poliziotti responsabili delle aggressioni. Il giorno dopo, il 21 marzo scorso, il Ministero dell’Interno ha convocato due dottori, ufficiosamente, per registrare le loro testimonianze e decidere se proseguire nelle indagini contro i poliziotti.



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