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La Silicon Valley si allea con i neo-con un vertice segreto per fermare Trump

Da Cook a Page, erano presenti tutti i fondatori dei colossi hi-tech. Con loro i maggiorenti della destra al Congresso

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica • 9/3/2016 • Copertina, Internazionale • 573 Viste

NEW YORK Per sbarrare la strada a Donald Trump scende in campo la potenza della Silicon Valley. Un vertice segreto su un’isola della Georgia ha riunito i Padroni della Rete e l’establishment repubblicano. Lo rivela uno scoop dell’Huffington Post.

C’erano quasi tutti, fondatori o chief executive dei colossi dell’economia digitale: Tim Cook di Apple, Larry Page di Google, Sean Parker di Facebook e Napster, Elon Musk di Tesla. Non importa se molti di loro sono di fede democratica o hanno appoggiato battaglie ultra- liberal sui matrimoni gay e il cambiamento climatico. Pur di salvare l’America da Trump, i capitalisti progressisti della West Coast si sono radunati con i notabili del partito repubblicano: dal presidente della Camera Paul Ryan fino all’ex stratega di George W. Bush, il neoconservatore Karl Rove. Più una ventina di maggiorenti della destra al Congresso, capi di commissioni parlamentari influenti. Un altro guru degli intellettuali “neocon” in auge ai tempi di Bush, William Kristol, è stato il primo a spezzare la consegna del silenzio, inviando da Sea Island questa email: “Uno spettro agita il World Forum, è Donald Trump”.

Tra Kristol-Rove e i progressisti della California hi-tech le differenze sono notevoli. L’alleanza è tattica, all’insegna della massima emergenza. Il tempo stringe, forse il Supermartedì 15 marzo è l’ultima data utile per arrestare l’avanzata di Trump. Se quel giorno lui dovesse vincere in Florida e Ohio, il suo vantaggio potrebbe essere quasi incolmabile. La regìa del vertice segreto a Sea Island è dell’American Enterprise Institute (Aei): un think tank neoliberista le cui ricette economiche si rifanno a Ronald Reagan. Ogni anno l’Aei organizza il suo World Forum (nessuna parentela con Davos) circondandolo da una tale riservatezza che per l’edizione 2015 un reporter dell’agenzia Bloomberg titolò: «È top secret anche il tempo che fa». Per l’edizione di quest’anno la rivista Fortune ironizza su “L’isola dei milionari che vogliono fermare Trump”. L’immagine evoca la reality tv, un terreno sul quale proprio The Donald costruì il suo vero successo. Il censimento dei jet privati con cui i top manager sono atterrati nell’isola vicina, Saint Simons, arriva a quota 44 secondo l’Huffington Post. C’è di che scatenare le ironie della base pro-Trump, confortare la sua convinzione che il tycoon sta dalla parte della gente comune, contro le lobby che “comprano” i politici. La notizia del summit segreto segue di poco l’annuncio che un’altra figura celebre della Silicon Valley, l’ad Meg Whitman (ex-eBay, oggi Hewlett-Packard), guida un super-comitato di raccolta fondi per finanziare spot televisivi che demoliscano l’immagine di Trump in Florida.

Ma questa guerra in realtà l’ha iniziata Trump. I suoi attacchi ai Padroni della Rete durano da mesi. Ha accusato Jeff Bezos (Amazon) di essere un elusore fiscale: «Si è comprato il Washington Post per detrarne le perdite sul bilancio della sua fondazione non-profit». Una ripicca per gli articoli non proprio amichevoli del

Washington Post? Poi c’è stato il caso-Apple, quando Cook si oppose alla richiesta dell’Fbi di decrittare l’iPhone usato dai terroristi di San Bernardino. «Boicottiamo tutti i prodotti Apple», fu lo slogan lanciato da Trump. Con una strizzata d’occhio agli elettori “d’ordine” che si schierano con la polizia; e un’occasione ideale per regolare i conti con «quel progressista di Cook». Su Bill Gates il tycoon l’aveva sparata grossa, quando lo aveva invitato a «chiudere Internet per bloccare la propaganda jihadista». Ma grattando via il folclore del personaggio, il vero conflitto che oppone Trump alla Silicon Valley è un altro: l’immigrazione. Le sue politiche sono un campanello d’allarme per le imprese tecnologiche, bisognose di attirare talenti stranieri. Trump, che lavora d’intuito e d’istinto, ha capito che è questo il punto dolente. Non a caso da qualche tempo comincia a distinguere: tra i «12 milioni di clandestini che dobbiamo deportare al di là dal Muro», e i «laureati stranieri di Harvard che devono restare qui», o i pregiati visti di lavoro H1B «per talenti da non fare scappare». Il summit segreto ha studiato tutti i modi per fermarlo, ma Trump ha già in mente un terreno di compromesso.

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