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Migranti, braccio di ferro tra Ankara e l’Europa l’ultima offerta della Ue

I leader vicini a mini-accordo. Oggi tocca a Davutoglu Londra: ora l’Italia rischia nuovi flussi dalla Libia

ANDREA BONANNI, la Repubblica • 18/3/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 573 Viste

BRUXELLES I leader europei sono arrivati a Bruxelles con il freno a mano tirato. L’ennesimo vertice con la Turchia sull’emergenza migranti rischia di incagliarsi in una serie di veti, reticenze e perplessità che di fatto svuotano i contenuti dell’accordo abbozzato solo dieci giorni fa, al precedente Consiglio europeo. Nella notte, i capi di governo hanno ridotto le differenze tra di loro, definendo una piattaforma comune pur senza raggiungere un accordo formale per le riserve di Cipro. E questa mattina il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk dovrà far accettare al premier turco Davutoglu un’offerta che è molto distante dalle richieste iniziali di Ankara. Se i due troveranno un accordo, i leader si riconvocheranno per formalizzare la dichiarazione comune. «Non sarà un negoziato facile», prevede Angela Merkel, che pure è la più favorevole a trovare un’intesa.

La sostanza della proposta turca era la disponibilità a riprendersi tutti i migranti che arrivano irregolarmente in Grecia, a condizione che l’Europa accettasse di accogliere un siriano ospitato nei campi profughi e inserito in una lista di richiedenti asilo per ogni siriano entrato irregolarmente e rispedito in Turchia. L’idea, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, avrebbe il merito di stroncare il traffico di esseri umani e dissuadere i rifugiati dall’imboccare la via dell’ingresso clandestino nella Ue. In cambio Ankara chiede l’abolizione dei visti per i suoi cittadini da giugno, una accelerazione del negoziato di adesione all’Unione europea con l’apertura dei capitoli finora congelati, e il raddoppio dei tre miliardi di finanziamenti già promessi da Bruxelles per aiutare i rifugiati nei campi turchi.

Ma il progetto si è scontrato con una serie di veti e di difficoltà. I Paesi dell’Est non vogliono impegnarsi ad ospitare nuovi rifugiati, così l’offerta di accoglienza è stata limata a 70 mila profughi siriani, soglia oltre la quale l’accordo andrebbe ridiscusso. Ma la cifra, alla luce dei flussi attuali, appare inadeguata. Senza contare che l’idea di espulsioni di massa è stata contestata da tutte le organizzazioni dei diritti umani. Quindi il rimpatrio in Turchia dovrà essere deciso in ogni singolo caso da un tribunale greco. E i greci non sono in grado di far fronte a una simile mole di decisioni giudiziarie. Inoltre la Turchia dovrebbe modificare le proprie leggi per dare garanzie che i profughi rispediti sul suo territorio godano di una adeguata protezione, che oggi non è assicurata per tutte le nazionalità.

Quanto alle richieste turche, la Francia, la Spagna e molti altri Paesi non vogliono accelerare l’abolizione dei visti, e la Gran Bretagna ha già detto che non accetterà una simile soluzione. La controfferta europea prevede quindi che, per liberalizzare i visti, Ankara dovrà soddisfare tutte le 72 condizioni elencate dai regolamenti Ue. Difficile che possa farlo entro giugno, visto che adesso ne rispetta meno della metà. Anche per i tre miliardi aggiuntivi chiesti dalla Turchia, la risposta europea è che se ne parlerà nel 2018, dopo che saranno stati spesi i tre miliardi già stanziati a novembre. Infine l’apertura di nuovi capitoli negoziali, oltre a lasciare perplessi molti governi e il Parlamento europeo, che denunciano l’involuzione anti-democratica del governo di Erdogan, resta bloccata dal veto di Cipro, condizionato alla soluzione dei problemi legati all’occupazione turca di metà dell’isola.

Su tutto questo grava l’incognita delle rotte alternative che potrebbero aprirsi se si chiudesse quella verso la Grecia. Migliaia di rifugiati già si accalcano al confine tra Turchia e Bulgaria. Molti temono che i migranti intrappolati in Grecia cerchino di arrivare in Italia attraverso l’Albania. E ieri David Cameron ha messo in guardia sul fatto che la chiusura dell’Egeo potrebbe spostare nuovamente i flussi dalla Libia all’Italia.

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