Sharing economy all’italiana: poco al lavoro, molto al mercato

Sharing economy all’italiana: poco al lavoro, molto al mercato

 Se il “Jobs Act delle partite Iva” non nomina l’economia della condivisione, questa proposta non chiarisce i problemi del lavoro indipendente. La frammentazione è garantita
Da ieri fino al 31 maggio sulla piattaforma Making Speeches Talk sarà possibile consultare e commentare la prima proposta di legge sulla regolamentazione della sharing economy in Italia. L’hanno presentata ieri in una conferenza stampa alla camera Veronica Tentori (Pd), Antonio Palmieri (FI), Ivan Catalano e Stefano Quintarelli (Gruppo Misto), tra i firmatari della proposta e membri di un intergruppo parlamentare che si occupato da un anno dello sharing economy act, la prima norma quadro di questo genere in Europa. Al termine della consultazione i 10 firmatari della proposta sperano «nell’ascolto e nell’accordo del governo».

Una sharing economy centralizzata, non distribuita

Composto da 12 articoli il testo è stato presentato come «trasversale ai diversi settori professionali e ha un approccio di sistema» sull’«economia della condivisione» che — secondo uno studio di Collaboriamo.org e dell’università Cattolica di Milano — contava nel 2015 su 186 piattaforme collaborative in Italia, a cominciare dai pesi massimi Airbnb o Uber per arrivare a modelli non business ma collaborativi o cooperativi. Il testo non fa questa distinzione, ormai ricorrente nel dibattito internazionale, tra «gig economy» o «economia on demand» e cooperazione di piattaforma [platform cooperativism], ad esempio.

Insieme alle attività sulla gestione e l’uso delle piattaforme digitali per erogare o condividere servizi (nell’ospitalità con Airbnb, nel trasporto con Uber o Bla bla Car, nella ristorazione con Gnammo) contempla la «partecipazione attiva dei cittadini alla costruzione di comunità resilienti nella cura dei beni comuni». La Pdl prevede che sia l’Antitrust a regolamentare e vigilare su un settore in crescita. Le piattaforme presenteranno la loro «policy» all’autorità ogni anno, quest’ultima procederà alla loro iscrizione in un registro nazionale.

Si tratta di una regolazione «centralizzata» di un’economia che, soprattutto tra gli attori che nascono dal basso e nella rete, è invece diffusa e decentralizzata. L’esigenza di un modello regolatorio dall’alto, invece su uno basato sulla reputazione, si spiega principalmente con l’esigenza di istituire un modello fiscale per le multinazionali della nuova economia dei servizi online e garantire i consumatori. I firmatari della Pdl intendono così recuperare 450 milioni di euro oggetto di elusione fiscale. Nel 2025 stimano una crescita di 3 miliardi di euro dell’intero settore in Italia.

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Introvabile il lavoro dei freelance

La stessa esigenza si registra nell’articolo 5 che impone una soglia pari a 10 mila euro oltre la quale l’attività svolta su una o più piattaforme non è più una «microattività non professionale o imprenditoriale» e diventa invece un «lavoro». In questo caso la somma eccedente si cumula con gli altri redditi percepiti dall’utente — a cui viene riservata la privacy — e viene applicata l’aliquota relativa.

Nell’introduzione al testo si cita il complesso tema dello status giuridico lavorativo dei freelance, ma resta solo un’allusione. Il testo non affronta i temi previdenziali o quelli relativi ai diritti sociali di questi lavoratori, preferendo concentrarsi sulla regolazione del mercato. Si conferma un approccio frammentario e inadeguato ai problemi del lavoro indipendente: se il «Jobs Act delle partite Iva» del governo non cita minimamente i problemi della sharing economy — dove lavorano anche i lavoratori autonomi, quello sull’economia della condivisione non cita i problemi del lavoro.

Problematica appare anche, ad una prima lettura, la norma che esclude un rapporto di lavoro subordinato tra gestore e utente. In base a questa norma, in Italia non sarebbe possibile adottare la decisione della California Labor Commission e della corte federale di San Francisco sugli autisti di Uber come impiegati e non come liberi professionisti. Si definisce solo la soglia oltre la quale si diventa “lavoratori”. Ma di che tipo? I gestori delle piattaforme di «sharing economy» agiranno inoltre da sostituti d’imposta per i redditi con un’aliquota fissa del 10% sulle transazioni.

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Linee guida europee posticipate a giugno

Nel frattempo la commissione europea ha rinviato la presentazione delle linee guida sulla «sharing economy», inizialmente prevista a marzo, a metà del 2016, probabilmente giugno. Tra tre mesi la commissione dovrebbe rivelare i contenuti di una direttiva molto attesa sulla scena europea del capitalismo «on demand»: quella sul ruolo delle piattaforme online sul «Digital Single Market». Nella direttiva dovrebbero trovare spazio anche una normativa sull’e-commerce, sui diritti dei consumatori, sulle pratiche commerciali irregolari (o monopoli), sul rispetto dei contratti di lavoro. Una volta varata, la direttiva sarà vincolante sulle leggi che gli stati membri dell’Unione Europea approveranno.

L’attesa della direttiva è spasmodica da parte dei colossi della «gig economy».Come raccontato su «Il Manifesto», a febbraio i 47 colossi americani di questa economia hanno scritto una lettera al presidente di turno della Ue, l’olandese Marl Rutte, in cui hanno chiesto di essere tutelati dalle iniziative legislative dei paesi membri tese «a limitare il nostro sviluppo». A marzo la Commissione Ue dovrebbe pubblicare i risultati di un’indagine in cui la maggioranza di utenti e businessmen reputano che «l’incertezza sui diritti e gli obblighi degli utenti e dei gestori potrebbe essere un grande ostacolo per la crescita dell’economia collaborativa».



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