Peter Sarosi

UNGASS  2016: cosa c’è in gioco? Intervista a Peter Sarosi

UNGASS 2016 non sarà un punto di svolta, dice il direttore direttore di Rights Reporter Foundation, Peter Sarosi, a Global Rights. «Ma è vero che la società civile è più forte e questo è positivo. La riforma non verrà dall’ONU, la riforma è guidata dalle politiche locali e nazionali»

Susanna Ronconi, Global Rights • 17/3/2016 • Copertina, Droghe & Dipendenze, Global Rights • 1035 Viste

Global Rights – Information&Analysis Website  Intervista a Peter Sarosi *

Avvicinandosi l’appuntamento di UNGASS 2016, le azioni di advocacy della società civile sono andate intensificandosi, in tutto il mondo. C’è un clima diverso, rispetto ad altri appuntamenti ONU in tema di droghe, quando le speranze di poter incidere su un cambiamento erano molto più deboli; oggi sembra che la prospettiva di un cambio di direzione (anche se non radicale) sia più aperta. Che cosa fa la differenza? Quali sono i fattori che fanno pensare che la mobilitazione in corso  possa raggiungere qualche risultato?

C’è un generale ottimismo attorno ad UNGASS da parte delle organizzazioni della società civile. Qualcuno pensa addirittura che siamo a un punto di svolta. È un ottimismo in parte ragionevole, se si pensa alle riforme davvero importanti in America, per esempio negli USA e in Uruguay per quanto riguarda la canapa, e le forti critiche espresse dai governi dell’America Latina contro il sistema attuale del controllo globale sulle droghe. ho partecipato a tutti meeting della Commission on Narcotic Drugs (CND) fin dal 2005, e già da allora ci sono stati grandi cambiamenti. Tuttavia, credo che questo ottimismo possa portarci fuori pista se pensiamo che il sistema globale sulle droghe possa essere cambiato in un tempo così breve. Avevamo le stesse aspettative prima del 2009 (http://drogriporter.hu/en/reloaded ). Sono scettico su UNGASS: non credo che avremo riforme significative nel 2016. Non perché le riforme non siano drammaticamente urgenti: lo sono. Ma molti governi e anche molta gente nel mondo ancora preferisce negare la realtà e chiudere gli occhi. La proibizione delle droghe è una ideologia comoda e tranquillizzante, e, di più, è un ottimo strumento per i politici per accumulare voti facili, ci sono anche lobby potenti dietro a tutto questo.   Partecipando sia al Horizontal Working Party on Drugs a Bruxelles che al Civil Society Forum on Drugs, la mia esperienza è che anche nella UE, che è uno degli attori più progressisti sulla scena globale delle droghe, non è pronta per cambiare l’approccio proibizionista. Anche se alcuni paesi hanno decriminalizzato l’uso o tollerano i coffee shop o i cannabis social club. Un buon esempio è come la UE sta reagendo alle nuove sostanze psicoattive (NPS): con la proibizione. Non c’è un vero dibattito sulla legalizzazione,    in Europa, che abbia una reale prospettiva di produrre un nuovo assetto legislativo. E se si guarda ad altre parti del mondo, le cose non vanno meglio. Dopo che alcuni sponsor  privati si sono ritirati dall’Europa centro orientale e dall’Asia centrale, c’è una drammatica crisi delle risorse per la riduzione del danno, e i servizi a bassa soglia mirati ai bisogni primari stanno chiudendo uno dopo l’altro. Oppure la Russia, con il suo sistema sempre più repressivo, o l’Asia, centinaia di migliaia di persone sono detenute nei campi di rieducazione. Non credo che i governi che torturano e condannano a morte in nome della lotta alla droga siano  propensi ad accettare anche il minimo cambiamento verso  una riforma delle politiche globali. Sfortunatamente, il mio scetticismo è confermato dalla prima bozza del documento finale di UNGASS, che è in corso d’opera da parte dei governi, e che ha un linguaggio  davvero debole. Insomma, abbiamo un lungo viaggio da fare e UNGASS non sarà un punto di svolta. Ma è vero che la società civile è più forte e questo è positivo. Quello che dobbiamo ricordare è che la riforma non verrà dall’ONU, la riforma è guidata dalle politiche locali e nazionali. L’ONU non è un sistema flessibile, e reagisce in modo moto lento ai cambiamenti nazionali. È vero, dobbiamo tenere in agenda il cambiamento del sistema ONU, ma io vorrei, nel futuro, vedere più investimento in una azione di advocacy nazionale e locale.

Il rispetto dei diritti umani nella politica sulle droghe è un tema cruciale, per la società civile e le ONG, in una prospettiva di riforma. Dalla pena di morte al diritto alla salute, un gamma vastissima di diritti sociali e umani sono minacciati e elusi dall’attuale politica globale. Puoi parlarci della situazione nell’Europa dell’Est, sotto questo profilo? E l’influenza della Russia su questi temi è significativa? Secondo te anche il suo ruolo sulla scena globale?

L’impatto della war on drugs sui diritti umani non è ancora  seriamente considerato  a livello globale, anche se ci sono stati degli sviluppi, come la discussione in sede di Consiglio sui diritti umani lo scorso anno (https://www.youtube.com/watch?v=-6P30Wjkn24 ). Le associazioni della società civile stanno chiedendo una valutazione sistematica e regolare di questo impatto. Nella nostra parte di Europa, le persone che usano sostanze sperimentano una violazione sistematica dei loro diritti, come il diritto alla  vita, alla privacy, alla salute e alla libertà da torture, trattamenti crudeli e discriminazioni, tra gli altri. Per esempio, quando vengono negati trattamenti salva vita come  i farmaci sostitutivi degli oppiacei – tuttora vietati in Russia – c’è una violazione del diritto alla vita. Non è una astrazione, significa davvero la vita o la morte, l’esempio della Crimea, dove molte persone sono morte dopo che gli occupanti  russi hanno bloccato l’accesso al metadone. Quando il più importante programma di scambio siringhe dell’Ungheria è stato chiuso, il nostro garante per i diritti civili ha appoggiato il nostro ricorso, e ha affermato che si trattava di una violazione del diritto alla salute delle persone che usano sostanze, ma anche che era una violazione del diritto di chi non usa ad avere un ambiente sicuro. (http://drogriporter.hu/en/ombudsman_report ). Questo è importante perché ci si deve rendere conto che una cattiva politica delle droghe ha effetti negativi non solo sui consumatori ma anche sull’intera comunità. La riduzione del danno lavora a favore di tutti!

Puoi fare un esempio di una azione di mobilitazione e advocacy che ha avuto successo nel tuo paese o nell’Est Europa? Credi che la comunicazione, i media e i social media possono giocare un ruolo attivo?

Lo scorso anno abbiamo lanciato una campagna in otto  città europee, la campagna Una stanza per cambiare  (http://room-for-change.org/ ). Era diretta a persone toccate dai  problemi della scena aperta della droga, o perché loro stesse usano in strada, o perché i loro famigliari usano o perché vivono in quartieri dove molti usano per via iniettiva. In ognuna delle otto città  ci sono problemi correlati all’uso per via iniettiva: HIV e epatiti, morti per overdose, spaccio e disturbo agli abitanti. Abbiamo creato una campagna con molti contenuti multimediali, video, fotografie e testi sulle alternative possibili alle inefficaci politiche repressive a livello urbano.  Credo sia importante educare le comunità locali circa i benefici che derivano  da un sistema integrato tra prevenzione, trattamento, riduzione del danno e politiche innovative. Dobbiamo prendere seriamente ciò che alle persone interessa e rivolgerci a loro. Abbiamo fortunatamente molti strumenti on line per raggiungere le persone,  come la possibilità di scambiare video, per esempio. La mia  ONG, Rights Reporter Foundation, ha prodotto centinaia  di brevi video sulla riforma della politica sulle droghe e sulla riduzione del danno, ora stiamo formando altri attivisti all’uso del video come strumento di advocacy e abbiamo creato un network globale di video attivisti. (http://www.rightsreporter.net/ )

Anche dal punto di vista del Civil Society Forum on Drugs (CSF) coke valuti il ruolo che l’Europa sta giocando nel contesto delle politiche globali e nel processo verso UNGASS 2016?

Come ho detto prima, sono scontento dalla posizione dell’Europa. Ma non è del tutto sorprendente, in un continente segnato dalla crisi finanziaria e che è diventati sempre più conservatore in molti campi del sociale, inclusa l’immigrazione. Questa è l’epoca della preoccupazione, in Europa, e non è un buon clima per una riforma sulle droghe. negli anni ’90 l’Europa ha avuto la leadership nelle politiche progressiste sulle droghe, ma oggi l’America sta assumendo questo ruolo. (http://drogriporter.hu/en/dutchmodel). Il sistema dei coffee shop in Olanda oggi è datato se paragonato alla regolazione della canapa proposta negli USA. Sfortunatamente, la UE non è abbastanza forte da implementare una propria strategia sulle droghe negli stato membri. Per esempio, ha potuto la UE impedire al mio paese, l’Ungheria, di chiudere i due maggiori servizi di scambio siringhe? No. Il governo ungherese ha adottato una strategia sulle droghe che vuole produrre una “società senza droghe”,  anche se questa va contro tutti gli standard europei. Così, se la strategia europea ha così poco impatto negli stati membri, cosa possiamo aspettarci da un documento  dell’ONU?

Fino ad oggi, lo Zero Draft, il testo provvisorio del documento  finale  UNGASS, non sembra proprio aver tenuto in conto proposte e suggerimenti su diritti umani e partecipazione della società civile, incluse le raccomandazione del CSF. Cosa ne pensi? Pensi che i giochi siano fatti o c’è ancora  spazio per influenzare questo testo?

Non credo ci saranno cambiamenti significativi nel testo. L’unica possibilità è che ci sia qualche paese critico che si alzi e porti la sua proposta per un  diverso approccio alla politica sulle droghe, che includa qualche parola  ferma sulla riduzione del danno, sulla abolizione della pena di morte e la riforma del sistema giudiziario.   Credo si tempo di rompere il cosiddetto “Consenso di Vienna”, l’idea che ci sia davvero un consenso unanime sul fatto che ogni utilizzo non medico e non scientifico delle droghe sia un male. (http://drogriporter.hu/en/cnd2014)

Considerando tutti i  diversi fattori che influenzano l’esito di UNGASS, secondo te cosa potrebbe essere un risultato ”soddisfacente” nella prospettiva delle ONG?

Un documento forte che sostenga la riduzione del danno e i diritti umani sarebbe benvenuto. Purtroppo è poco credibile che ciò avvenga. In ogni caso, UNGASS è un’ottima opportunità per far crescere la consapevolezza sulle conseguenze nefaste delle politiche punitive, e i benefici delle politiche alternative. Anch’io ho presentato la richiesta per poter partecipare e prendere parola a UNGASS. Qualche settimana fa abbiamo lanciato un bando per il miglior poster mirato a evidenziare i punti chiave della politica globale da discutere ad UNGASS. Stiamo ora progettando di esibire i poster migliori a New York (http://drogriporter.hu/en/postercontest)  So che anche molte altre ONG stanno preparando eventi ed altre attività. Se la società civile può fare un bel casino e far sentire la propria voce è già un gran risultato

* media& video attivista e ricercatore ungherese, direttore di Rights Reporter Foundation (http://www.rightsreporter.net/) e coordinator di DrugReporter (http://drogriporter.hu/); è membro del  European  Civil Society Forum on Drugs.

Su UNGASS di  Peter Sarosi leggi anche: http://drogriporter.hu/en/ungasschances

 

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