petrolio

Il lupo della Val d’Agri e le mani dell’ex ministra

Soltanto l’industrialismo miope di Federica Guidi può pensare che una terra di pascoli e vitigni possa basare il suo sviluppo su pozzi che si esauriranno lasciando il deserto

Sandro Medici, il manifesto • 2/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Politica & Istituzioni • 773 Viste

Il fatale emendamento petrolifero di Federica Guidi non rivela soltanto una miserabile storia di interessi privati in pubbliche funzioni, di indegne corruttele, di ingordi accaparramenti, di parassitismi servili, di favoritismi, clientelismi e meschinerie varie.

Dietro la sua spregiudicata e insistita inclusione nella legge di stabilità traspare nitidamente la rovinosa strategia economica di tutti i governi italiani che si sono avvicendati tra un secolo e l’altro. Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi, e diversi altri prima di loro.

Nel suo scarno e burocratico linguaggio, quell’emendamento esemplifica un modello di sviluppo basato sul danneggiamento progressivo della natura, da prolungarsi fino a stremare tutte le risorse ambientali. Fino all’ultima goccia di petrolio. Fino all’ultimo soffio di metano. Un’avidità accumulatoria, uno sfruttamento feroce, un impulso devastante, una smania distruttrice. Per poi lasciare i territori al loro destino desertificato.

Siamo in Basilicata, terra ancora largamente selvaggia, anzi selvatica. Un paese quasi perfetto, recita un delizioso film attualmente nelle sale. È una riserva naturale della nostra smozzicata e scrostata Italia. Ebbene, in uno dei suoi nuclei incontaminati, lungo le valli racchiuse tra le montagne del Potentino, le ultime creste del Cilento e le prime cime del Pollino, da decenni si estraggono idrocarburi. Frantumando la crosta profonda per farne sprizzare olio combustibile o ansimare gas naturale.

Successivamente incapsulati nei due impianti di raccolta, uno a Viggiano, in Val d’Agri, e l’altro in Val di Sauro, l’ormai noto Tempa Rossa. E poi dirottati nei tubi di un lungo oleodotto che finisce la sua corsa nel girone degli inquinati, a Taranto, dove viene infine stivato nelle petroliere, per andarsene in giro per i mari del mondo.

La produzione petrolifera lucana assicura il fabbisogno energetico nazionale tra l’8 e il 15% (un’oscillazione che dipende dalle diverse fonti: se più rigorose o se più compiacenti). È la più estesa e voluminosa piantagione idrocarburica di terraferma in Europa. Prende impulso negli anni successivi al terremoto del novembre del 1980. E nei decenni dissemina di pozzi l’intera regione. Fino agli ultimi generosamente concessi, che si sono arrampicati fin sulle colline che circondano il Monte Vulture, scavando e perforando accanto ai filari dell’Aglianico, uno dei rossi italiani più prestigiosi, un vino di caratura internazionale.

Ma è nella Valle dell’Agri che si registra la maggiore concentrazione di impianti. In una morbida e assolata vallata, coltivata da secoli e da secoli popolata da mandrie e armenti. C’è un’agricoltura d’eccellenza e un allevamento pregiato. Ci sono i fagioli di Sarconi, le melanzane rosse di Rotonda, i peperoni gialli di Senise; c’è la vacca podolica, il caciocavallo più buono del mondo e le soffici mozzarelle d’altura. C’è anche un meraviglioso (quanto insolito e misterioso) sito archeologico: Grumentum. Tutto ciò convive faticosamente con i pozzi, le autobotti, le raffinerie, e purtroppo sembra destinato a soccombere.

È come se tutti quei pozzi, decine, centinaia, succhiassero il midollo vitale di quella valle, via via impoverendo e scarnificando la terra, offuscando e contaminando l’aria. E non casualmente proprio quell’area produttiva è attualmente sotto inchiesta da parte della procura di Potenza. I reati ipotizzati sono smaltimento illegale delle scorie di lavorazione e inquinamento atmosferico, con tanto di arresti, incriminazioni e avvisi di garanzia; e tra i coinvolti c’è ovviamente anche Gianluca Gemelli, il compagno dell’ex ministra Guidi, imprenditore petrolifero di risulta, efficiente intermediario al servizio delle grandi compagnie.

Da qualche anno la ricerca si è poi spostata nella contigua Valle del Sauro, dove per la considerevole quantità di greggio si è reso necessario realizzare un nuovo centro di raccolta, per l’appunto a Tempa Rossa. Un impianto che sorge su un territorio mosso e aspro, ora roccioso, ora verdissimo, a scarsa densità insediativa.

È uno di quei gioielli naturali incontaminati, che sono rimasti tali proprio perché la mano umana, per caso o per ragione, si è sempre tenuta alla larga. Vi hanno trovato rifugio nel passato le bande dei briganti e oggi si aggirano solo pastori e boscaioli. Ma nel complesso quei monti e quelle foreste sono disabitati, frequentati semmai da falchi e gatti selvatici, cinghiali, volpi e perfino lupi in branco. All’incirca, la vita da quelle parti scorre come quella descritta in Cristo s’è fermato a Eboli di Carlo Levi, che consumò il suo confino proprio ad Aliano, uno dei paesi che rispettosamente circondano quell’area, senza tuttavia mai azzardarsi a sconfinare.

Di fronte a questo stridore, a questa incompatibilità, di fronte al confliggere tra opposte civiltà, viene da chiedersi se c’è davvero una ragione preminente nel volersi assicurare (ancorché parzialmente) una riserva energetica, pur se a scapito di un equilibrio ecologico, un’economia locale, una condizione umana sostenibile. Davvero abbiamo bisogno di gas e petrolio, e dunque d’inquinare irrimediabilmente terre, mari, cieli e la nostra stessa salute, oltreché arricchire ulteriormente, anche corrompendo e truffando, chi già detiene patrimoni produttivi e finanziari stratosferici?

Insomma, che senso ha investire in un settore destinato a esaurirsi e necessariamente a contrarsi, per far posto ad altre fonti d’energia? Oppure, prima che questo modello tramonti definitivamente siamo cinicamente autorizzati a raschiare gli ultimi barili lucani e chissenefrega della Basilicata?

Del resto, come si fa a contrapporre i «fili d’erba» di Rocco Scotellaro ai fieri e svettanti pozzi di petrolio del signor Total o del signor Shell? È una battaglia persa, per quanto molti possano essere affascinati dalle battaglie perse e continuino a battersi per salvare la marmotta del Pollino o la fragola di Metaponto.

Un paese intelligente e con la schiena dritta avrebbe da tempo abbandonato la via idrocarburica al progresso e dirottato le proprie risorse alla ricerca e alla produzione di energia alternativa. Invece siamo ancora qui a scavare petrolio per conto terzi: sciocchi, subalterni, servili. E corrotti.
E lo faremo ancora, almeno finché avremo ministri come Federica Guidi. Che dopo aver assicurato appalti milionari ai suoi affetti, travolta da accuse e contumelie e forse da un tantino di vergogna, nella sua lettera di dimissioni dice d’aver agito «in buona fede». Sarà sconcertante, ma lei è davvero convinta che solo all’ombra dei pozzi di petrolio ci sia crescita e sviluppo: e per raggiungere questo scopo, non c’è etica o opportunità in grado di frenarla. Nella sua attardata e modesta cultura industrialista proprio non riesce a capire come ci possa essere qualcosa di meglio che sporcarsi le mani di nero.

E come lei, la gran parte dei politici, degli imprenditori e perfino di qualche sindacalista.
Con tutti costoro abbiamo tuttavia un appuntamento, tra un paio di settimane.

Quando andremmo a votare sì al referendum contro le trivelle petrolifere. Ecco, questa potrebbe non essere una battaglia persa.

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