Droghe a scuola, educare e non punire

Droghe a scuola, educare e non punire

Fuori luogo. Il risultato dell’ “inseguimento” del giovane consumatore fino al suo banco di scuola, non comporta solo la stigmatizzazione pubblica di qualche ragazzo e della famiglia, con inevitabili ripercussioni sul percorso di studi, ma anche la denuncia amministrativa o penale

Roma, Torino, Caltanissetta, Treviso. Tutta Italia è stata teatro di perquisizioni e controlli dentro le aule scolastiche. Questa è l’eredità della legge Fini-Giovanardi, che se pur abrogata in alcuni suoi articoli dalla Corte Costituzionale, ha lasciato pesanti eredità culturali, di cui sono esempio gli interventi delle forze dell’ordine nelle scuole per reprimere il consumo di sostanze psicoattive. Le scuole e le Asl, anche per via dei drastici tagli dei fondi destinati alla prevenzione, tendono a delegare sempre più l’intervento ai carabinieri, che agiscono la “deterrenza preventiva” con ampio dispiegamento di mezzi. I cani-poliziotto, che qualche tempo fa si notavano all’ingresso delle scuole, oggi vengono condotti fin dentro le aule per fiutare e scovare l’hashish direttamente negli zainetti degli studenti, malgrado sia chiaro che il “contagio” del consumo avviene per via amicale tra i ragazzi stessi senza alcun spacciatore che li adeschi. Qualche professore, che con coraggio difende la dignità del proprio lavoro, non consentendo l’irruzione in classe e l’interruzione del suo insegnamento, viene denunciato e sanzionato.

Il risultato dell’ “inseguimento” del giovane consumatore fino al suo banco di scuola, non comporta solo la stigmatizzazione pubblica di qualche ragazzo e della famiglia, con inevitabili ripercussioni sul percorso di studi, ma anche la denuncia amministrativa o penale. Il danno di questo tipo di interventi di “prevenzione” nelle scuole va oltre le singole situazioni “intercettate”: si misura nel solco di sfiducia che si scava tra le istituzioni e gli studenti, che non capiscono né l’accanimento delle modalità, né l’arbitrarietà dell’intervento, fiutando l’ipocrisia di uno Stato che, dal loro punto di vista, usa due pesi e due misure, lucrando sullo spaccio di tabacco, alcol e gioco d’azzardo. Qualcuno ha parlato di “effetto boomerang” degli interventi di questo tipo, che sono eredi locali di una più globale strategia di “guerra alla droga”. Il consumo non ne viene scalfito, i ragazzi imparano a nascondere e mimetizzare meglio i propri comportamenti d’uso, rendendo più aspro l’inutile “gioco” a “guardia e ladri” che si instaura con carabinieri e polizia. Anche nelle famiglie, e tra le famiglie stesse, si produce una maggiore difficoltà relazionale e comunicativa: nei figli si rinforzano i lunghi momenti di silenzio e di non detto, con l’effetto di chiudere, anziché aprire gli spazi educativi; tra i genitori aumentano le contrapposizioni invece delle collaborazioni, si maturano giudizi diversi sulle modalità di intervento delle forze dell’ordine, che li esclude dal ruolo di interlocutori.

L’educazione alla legalità degli adolescenti non è conseguibile con facili scorciatoie. Non è mostrando i muscoli che i ragazzi apprendono il rispetto delle regole, né tantomeno interiorizzano le norme. Del resto il quasi milione di giovani apparsi in 25 anni davanti al prefetto, i quali spesso sono stati privati del passaporto e della patente, perché trovati in possesso di hashish e marijuana per uso personale, non ha determinato alcuna flessione nei consumi. La strada educativa è più lunga e faticosa, e richiede la costruzione della collaborazione di tutti gli attori in campo: gli insegnanti che necessitano di essere valorizzati nel loro ruolo educativo anziché (ad esempio) essere sottoposti a sorpresa all’alcol test; le forze dell’ordine che dovrebbero condurre un lavoro di concerto con gli operatori dei servizi, mettendo a disposizione la loro autorità per mediare la problematica con le famiglie; gli stessi studenti che, utilizzando il supporto tra pari, introducono dinamiche di confronto e responsabilizzazione rispetto al comportamento dei consumatori.



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