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Libia, uccisi quattro migranti

Zawia. Fuga dal centro di detenzione dove sono reclusi in 1.200. La polizia libica spara. Ci sono anche 20 feriti, tutti giovani sub-sahariani

Giuseppe Acconcia, il manifesto • 8/4/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Guerre, Armi & Terrorismi, Immigrati & Rifugiati • 870 Viste

Quattro migranti sono morti e venti sono rimasti feriti nel centro di detenzione al-Nasr di Zawia. Ad aprire il fuoco sono state le forze di sicurezza libiche. Secondo la stampa locale l’azione sarebbe stata perpetrata per sedare un tentativo di fuga di un gruppo di profughi detenuti. La conferma è arrivata dalla missione delle Nazioni unite in Libia. Secondo Unsmil, ad al-Nasr sarebbero recluse circa 1200 persone, tra cui otto donne e due bambini, tutti provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana in condizioni igienico-sanitarie disastrose, in quasi completa assenza di cibo e acqua sufficiente per sopravvivere. Nel campo sono stati documentati episodi di tortura, pestaggi e lavoro forzato.

Unsmil ha chiesto l’apertura di un’inchiesta «imparziale e indipendente» sull’episodio che, secondo la stampa locale, risalirebbe allo scorso primo aprile e sarebbe stato reso noto solo oggi. In particolare, Ali Al-Zaatari, vice capo missione Unsmil, ha lodato l’iniziativa del procuratore di Zawia che si è detto disposto ad indagare sull’accaduto. Zaatari ha anche chiesto al governo unitario di al-Serraj di affrontare l’emergenza umanitaria dei migranti in Libia. «Chi ha l’autorità sul terreno dovrebbe proteggere i migranti da abusi e sfruttamento», ha aggiunto Zaatari.

Anche questo, come altri centri, aveva risposto all’appello alle municipalità, lanciato dal governo tripolino di Khalifa Gweil, e dallo scorso marzo, era controllato dal Dipartimento per il contrasto dell’immigrazione illegale. L’iniziativa del Congresso nazionale generale (Cng) di Tripoli era stata essenziale per contenere i flussi migratori dalla Libia verso l’Europa. Ed era servita ad accreditare il parlamento di Tripoli agli occhi della comunità internazionale.
La diffusione della notizia di questo grave attacco contro uno dei campi profughi allo stremo potrebbe quindi essere di per sé un avvertimento delle possibili conseguenze dell’insediamento del premier del Governo di accordo nazionale (Gna), Fayez al-Serraj, a Tripoli.

Il pretesto del business delle migrazioni era stato utilizzato per mesi per giustificare un possibile attacco armato in Libia. In seguito lo stesso è stato fatto sfruttando il tema dell’avanzata dello Stato islamico (Isis) nel paese.

In Libia lo scontro politico è alle stelle dopo l’arrivo di al-Serraj a Tripoli e l’annuncio dello scioglimento del Cng di Tripoli che avrebbe spianato la strada al governo unitario, voluto da Usa e Ue.

Il primo ministro Khalifa Gweil ha postato una dichiarazione sul sito ufficiale chiedendo agli esponenti del governo a maggioranza islamista, che in parte avevano lasciato Tripoli nei giorni scorsi, «di continuare la loro missione in conformità con le norme di legge». Nella nota i ministri pronti a collaborare con l’esecutivo unitario vengono minacciati di possibili ripercussioni legali.

Ma le minacce ad al-Serraj non finiscono qui. Nonostante l’apparente sostegno della compagnia petrolifera locale (Noc), della Banca centrale e dell’Autorità libica per gli investimenti (Lia), i jihadisti di al-Qaeda in Libia hanno minacciato il premier in pectore. Gli estremisti islamici in Libia sarebbero forti perché alleati con gli ex gheddafiani, come sarebbe accaduto a Sirte città natale di Muammar Gheddafi, Sirte. Ma questa dinamica iracheno-sunnita in Libia è tutta da verificare.

El-Serraj finge però che le cose vadano per il meglio e si è adoperato in un maquillage di tutti i simboli istituzionali, disponendo anche l’apertura di un centro di informazione, portavoce del suo esecutivo. Almeno 70 deputati islamisti avevano cambiato casacca e assicurato il loro sostegno ad al-Serraj. Resta un nugolo di oltranzisti che si rifiuta di riconoscere l’autorità del nuovo esecutivo. Tra di loro ci sono alcuni dei ministri del governo di Tripoli che con ogni probabilità saranno costretti ad assumere un atteggiamento defilato, mentre a Zuwara si troverebbe il presidente del parlamento, Nuri Abusahmin. Anche il ministro degli Esteri, Ali Abouzzazuk, ha lasciato la Libia dopo l’insediamento di al-Serraj.

Il Gna dovrà subito trovare accordi con le municipalità più riottose e con la parte dell’esercito tripolino scettico verso il nuovo esecutivo; dovrà assicurarsi la fiducia delle milizie che si occupano di sicurezza dei pozzi petroliferi; e poi, dovrà trovare un’intesa con l’auto-proclamatosi capo delle forze armate di Tobruk, Khalifa Haftar, l’ antagonista delle fragili istituzioni unitarie. Infine, dovrà gestire sia l’attivismo europeo sulle coste libiche con EunavforMed, che in questi giorni è entrata nella terza fase di attuazione, sia la possibile missione di peace-keeping Onu.

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