Spagna

Anche in Spagna i socialisti guardano a destra

Larghe intese. Nuove elezioni o riapertura del dialogo con Rajoy, il Psoe chiude la strada a un governo di sinistra. Una tendenza europea

Massimo Serafini, Marina Turi, il manifesto • 14/4/2016 • Copertina, Internazionale • 463 Viste

Naufragato il tentativo socialista di dare un governo alla Spagna, fallita l’ipotesi di coinvolgere nel progetto Ciudadanos e Podemos. Il risultato scontato è uscito allo scoperto la settimana passata, dopo l’incontro tra i tre partiti. Il fallimento lo si poteva intuire già dalle dichiarazioni rilasciate dagli esponenti di Podemos e Ciudadanos sull’inconciliabilità dei rispettivi progetti. Bizzarra l’idea di Sánchez di unire in un programma di governo chi si propone di portare alla guida del paese le piazze del 15 de Mayo e chi al contrario è stato concepito per soffocarle e che ha come orizzonte strategico quello di dare un volto giovane e un po’ piacente, ma non meno liberista, alla destra spagnola. Più che una bizzarria è stato un tentativo di sottrarsi alle sole alternative che il voto del 20 dicembre scorso lasciava ai socialisti: la prima, auspicata da chi comanda in Europa e dal blocco di interessi che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy, dare vita a un governo di larghe intese fra socialisti, Ciudadanos e Partito Popolare e la seconda, votata da oltre 11 milioni di spagnole e spagnoli, costruire una coalizione fra Psoe, Podemos e Izquierda Unida che strappasse l’astensione del Partito Nazionale Basco, per un governo in radicale discontinuità con le politiche dell’esecutivo Rajoy.

Queste le sole opzioni possibili per evitare la ripetizione delle elezioni.

L’intento del Psoe, spinto da divisioni interne e con l’idea di isolare e logorare il partito di Pablo Iglesias, si intravedeva da quando Pedro Sánchez, ottenuto l’incarico dal re, ha deciso di avviare il suo tentativo guardando a Ciudadanos, cioè alla sua destra, anziché verso Podemos e Iu, per dar vita a un governo delle sinistre.

Ma ancora più significativo è stato il fatto che, portato a casa l’accordo programmatico con Ciudadanos, Sánchez lo abbia presentato come soglia invalicabile del cambiamento possibile per la Spagna, e di conseguenza o Podemos si associava o si sarebbe assunto lui la responsabilità di sottoporre il paese a nuove elezioni. Anche considerando non alternativi fra di loro Podemos e Ciudadanos è del tutto evidente che l’unica possibilità di allargare l’accordo raggiunto tra Sánchez e Rivera a Podemos, era quella di accogliere modifiche, accettando almeno qualcuna delle 20 proposte disciplinatamente presentate all’incontro da Pablo Iglesias. Dire, a rottura consumata, come hanno fatto i socialisti, che buona parte di quelle proposte era assumibile, conferma solo la preoccupazione di Garzón di Iu, che è già iniziata la campagna elettorale e che l’incontro fosse stato convocato con il solo obiettivo di rompere. Una volontà di rottura, non necessariamente finalizzata a nuove elezioni visto che Sánchez, a nome del Psoe, ha dato disponibilità a riaprire il dialogo con Rajoy. Con l’assistenza di Ciudadanos che, se non altro con chiarezza e trasparenza fin dall’inizio, ha ripetuto che l’intesa raggiunta con i socialisti è più facilmente estendibile al Pp, alla destra, che non a Podemos, alla sinistra.

La responsabilità dello stallo attuale è dunque largamente dei socialisti che nei prossimi giorni dovranno scegliere tra le possibili soluzioni rimaste: piegarsi alle larghe intese o ripetere le elezioni. Certo ci sarebbe tempo anche per una terza spregiudicata possibilità. Rompere con le destre e raccogliere la spinta al cambiamento emersa dal voto, quella alleanza a sinistra che le 20 proposte presentate da Podemos ben esprimono.

Comprensibile la resistenza dei socialisti del Psoe a incamminarsi sulla strada del governo di sinistra, che li obbligherebbe a ridiscutere scelte di fondo, a cominciare dal modo stesso di stare in Europa. Decisione ancora più complicata, perché è proprio l’intero socialismo europeo ad avere deciso una collocazione subalterna al liberismo, che ovunque lo ha spinto ad aderire a governi di unità nazionale. Ma se è comprensibile la riluttanza a cambiare così profondamente la propria collocazione, identità e linea politica, meno comprensibile è il ritardo nel trarre un bilancio di questa scelta: la consegna del progetto Europeo alla destra liberista. La gestione che i socialisti spagnoli hanno fatto del voto fa capire che questo bilancio non lo si vuole trarre. Una indisponibilità che va oltre i confini spagnoli, che si intravede anche nella decisione del socialista Hollande di ignorare le proteste della gioventù francese contro la legge sul lavoro che la condanna al precariato.

Il socialismo europeo più che preoccuparsi di soffocare gli spazi che si aprono alla sua sinistra dovrebbe con serietà riflettere sul fatto che la sua scelta di subalternità al liberismo apre pericolosi varchi alle destre nazionaliste e razziste. Continuare a vedere il nemico a sinistra, illudendosi che una volta superata la crisi riprenderà a splendere un sole dell’avvenire, è solo un tragico errore.

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