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Naufragio del 2015, al via il recupero dei corpi

Alla Marina e a due società specializzate è affidata la sfida di portare in superficie i resti della barca

FRANCESCO VIVIANO, la Repubblica • 19/4/2016 • Copertina • 865 Viste

Ci sono orfani, madri, padri, fratelli sopravvissuti a una delle più grandi tragedie del Mediterraneo che sperano di ritrovare almeno i cadaveri dei loro cari: il 18 aprile dello scorso anno un barcone eritreo di 21 metri affondava a metà strada fra la costa libica e quella siciliana. A bordo c’erano centinaia di persone: fra 500 e 700 secondo i testimoni.

Per quelli che sono sopravvissuti a questa tragedia ieri è iniziata la speranza di recuperare almeno i corpi dei loro cari. Sono cominciate infatti le fasi preliminari dell’operazione di recupero di quel barcone pieno di cadaveri: un’operazione affidata ai mezzi della Marina Militare italiana e di due società private specializzate nel recupero di relitti in fondo al mare. Saranno loro a tentare di portare su quel cimitero di legno.

Finora le condizioni meteo e qualche problema logistico hanno provocato ritardi, ma tra domani e nei giorni a venire, si tenterà con attrezzature speciali di “imbracare” il barcone con un grande telaio che sarà steso sotto lo scafo e poi agganciato a dei pistoni che lentamente porteranno in superficie il relitto. Appena portata fuori dall’acqua, quella grande bara di legno sarà “incubata” con una tensostruttura refrigerata con azoto liquido. L’operazione successiva, anch’essa molto rischiosa, è quella di trasferire il barcone in un grande hangar nella base Nato di Melilli (Siracusa) dove entreranno in azione squadre specializzate dei Vigili del Fuoco che tenteranno di estrarre i corpi per poi procedere all’identificazione.

«Questo è uno dei disastri di massa più complessi che la storia della Medicina legale abbia mai conosciuto perchè le vittime non sono concentrate in un luogo e in un tempo ma sono disperse nel tempo e vengono da vari Paesi», ha detto Cristina Cattaneo, direttore del Labanof della sezione di Medicina Legale dell’Università di Milano. Sarà lei, insieme a un team dei medici legali, che tenterà di dare un nome ed un cognome a quei cadaveri: useranno una metodologia di incrocio di dati, non solo Dna ma anche dati antropologici ed odontologici. Solo così si potrà, forse, arrivare all’identificazione di quei corpi e offrire una minima consolazione a chi, un anno fa, ha perso amici o parenti inseguendo la speranza di una vita migliore.

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