Rignano

Fuori campo, quei richiedenti asilo che vivono nelle “baraccopoli”

Sono 10.000 i profughi che abitano negli “insediamenti informali”: edifici occupati o siti all’aperto sparsi su tutto il territorio nazionale. Nella metà manca luce e acqua e le condizioni igieniche sono al limite. Medici senza Frontiere ha censito 35 ghetti, tra l’indifferenza delle istituzioni e il disagio di chi ci vive

RITA RAPISARDI, L'Espresso • 19/4/2016 • Copertina, Immigrati & Rifugiati, Studi, Rapporti & Statistiche • 824 Viste

Sono 3.000 a Roma, 1.600 a Torino, 1.300 a Foggia, 1.000 a Palermo. Vivono ai margini, non hanno una casa fissa, si spostano da un posto all’altro spinti da lavori stagionali nell’agricoltura. Sono i Medici Senza Frontiere che con la pubblicazione del report “Fuori Campo” traccia una situazione critica. Dallo sbarco, all’identificazione, fino a quelle che chiamano “misure di accompagnamento e inclusione sociale”, il meccanismo d’accoglienza secondo l’organizzazione internazionale non funziona. Neanche per coloro che grazie allo status di rifugiati dovrebbero accedervi per diritto.

Nel capoluogo piemontese le palazzine dell’Ex Moi, quello che fu il villaggio olimpico, sono occupate dal 2006 da 1.200 persone. «I giovani raccolgono ferro usato e lo rivendono a 10 centesimi al chilo», racconta Giuseppe Demola operatore umanitario di Medici senza Frontiere.

QUEI GHETTI FANTASMA

A dicembre 2015 il ministero dell’Interno dichiara che sono103 le occupazioni illegali a Roma: si parla di almeno 2.500 persone. A Bari il Comune ha trasferito 170 rifugiati dentro una fabbrica dismessa, l’Ex Set, con l’intenzione di farli restare non più di 45 giorni. Sono ancora lì. Tra gli escrementi di piccione, l’acqua piovana, l’intonaco che si stacca dai muri e resti di amianto.

Per la mancanza di posti nei centri di accoglienza a Trieste i silos si svuotano e riempiono a ritmo costante con gli arrivi dalla rotta balcanica. Mentre a Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, alcuni container dismessi abbandonati sulla pista dell’aeroporto militare fanno da casa ai profughi.

Sono 35 gli “insediamenti informali” segnalati da Msf: edifici occupati o siti all’aperto sparsi su tutto il territorio nazionale. Sono abitati da rifugiati mai entrati nel sistema di accoglienza, oppure usciti senza che il loro percorso di inclusione sociale sia mai avvenuto. L’80% di loro sono richiedenti asilo o titolari di forme di protezione internazionale e sono esclusi dal sistema di accoglienza governativo. Il 73% non ha un lavoro.

Qui vige l’autogestione. Nei migliori dei casi esistono comitati nominati dagli stessi occupanti: nessun pagamento di un canone di locazione e poca regolamentazione. Nella metà dei centri mancano luce e acqua. E le condizioni igieniche sono scarse.

Per lo Stato queste persone non esistono: mai censite o inserite in nessuna lista ufficiale. «Sono regolari, ma costretti a vivere in questi ghetti – spiega Demola – La maggior parte è in Italia da più di cinque anni, ma usciti dall’accoglienza entrano nelle realtà dell’occupazione».

Il periodo di permanenza varia da un mese fino a un anno e mezzo. Esistono due tipi di insediamenti: le “tendopoli” abitate da chi è appena entrato in Italia e attende la procedura di richiesta d’asilo, e gli edifici in disuso o container che ospitano migranti in Italia da anni.

Come in Puglia dove il sistema va avanti da 10 anni ed è alimentato dall’ampia domanda di braccianti per i lavori agricoli stagionali. I richiedenti asilo sono perfetti comemanodopera a basso costo e senza contratto.

O a Padova dove nel 2013 sessanta profughi, da Ghana, Nigeria, Mali e Togo, hanno occupato due palazzine. Tutti uomini, una donna e una doccia fatta di assi di legno. Per l’assenza di riscaldamento, staccato dal Comune, nel 2014 un ragazzo ghanese di 22 anni è morto di freddo.

Le amministrazioni locali non sanno gestire le “baraccopoli”, se non con sgomberi cui non segue una ricollocazione. Come il caso del Baobab di via Cupa a Roma. Il centro è stato dismesso a novembre con una sentenza del Tar del Lazio per la sicurezza per il Giubileo. Ma il Baobab che ha assistito 35mila persone presto riaprirà .

Diecimila migranti in Italia vivono in “baraccopoli”, occupazioni precarie in edifici fatiscenti o “tendopoli” a cielo aperto. L’80% di loro sono richiedenti asilo o titolari di forme di protezione internazionale e sono esclusi dal sistema di accoglienza governativo. Nonostante questo abitano in ghetti nella metà dei casi senza acqua e luce, lontanti dagli occhi degli abitanti e delle istituzioni. Medici Senza Frontiere con la pubblicazione di “Fuori Campo” ha censito 35 siti in tutto il territorio, tracciando una situazione critica. “E’ una popolazione dimenticata, che vive anche in grandi città come Torino, Roma e Palermo racconta Giuseppe Demola operatore umanitario che ha curato il report -. Un terzo di loro non ha accesso al Servizio Sanitario Nazionale, nonostante per il loro status di rifugiati dovrebbero accedervi per diritto”.
ESCLUSI ANCHE DALLA SANITÀ

Gli abitanti degli insediamenti sono tagliati fuori anche dalle cure sanitarie che invece spetterebbero a tutti i rifugiati. Un terzo di queste persone non è iscritto al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), mentre i due terzi non ha accesso regolare al medico di medicina generale e al pediatra.

Questo perché per ricevere l’assistenza sanitaria è necessario fornire un indirizzo di residenza, che per i migranti coincide spesso per lunghi periodi con quello dello sbarco.

«Nonostante abbiano la possibilità di iscriversi al Ssn, la maggior parte non riesce a farlo – racconta un medico volontario di Msf – mancano le informazioni sulle procedure d’iscrizione, manca la volontà di ascoltare, di spiegare. Molti giovani sono depressi, vanno dall’apatia a forme psichiatriche, con manie di persecuzione e deliri».

Far parte di un’occupazione abusiva poi esclude la richiesta di residenza o domicilio. E automaticamente il rinnovo del permesso di soggiorno. Considerati per la normativa senza fissa dimora, i migranti si vedono respingere le richieste di asilo.

«Sono arrivato in Italia nel 1994 – racconta un etiope di 46 anni che vive nell’insediamento di via Tiburtina a Roma -. Ho lavorato come saldatore in una fabbrica del Veneto, poi è arrivata la crisi. Il mio problema è che non ho una residenza. Mia moglie ed io non abbiamo un medico di famiglia, i miei figli non hanno un pediatra: è stato difficile anche farli vaccinare».

Le questure si rifiutano di avviare procedure anche perché richiedono un certificato medico che attesti le buone condizioni di salute ed escluda patologie infettive. «Una pratica che non è obbligatoria – precisa Demola -, ma che aiuta a prendere tempo, visto che i centri di accoglienza non hanno posti».

Per questo motivo sono stati aperti dei centri di accoglienza straordinaria gestiti dalle Prefetture: 80.000 posti nel 2015, più di tre volte di quelli ordinari, che dovrebbero diventare 45.000 entro la fine del 2016.

Il collasso dell’intero sistema, fanno sapere da Msf, è stato evitato solo perché i migranti non sono stati registrati. Molti hanno infatti rifiutato di farsi prendere le impronte così come vorrebbe invece la convenzione di Dublino: protezione e permanenza nel paese Ue d’arrivo.

Degli oltre 42.000 siriani sbarcati nel 2014, solo 505 hanno richiesto asilo nel nostro Paese. Motivo per cui l’Unione europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia .

«Speriamo che questo rapporto non sia un pretesto per nuovi sgomberi – spiega Loris de Filippi presidente di Medici Senza Frontiere Italia – ma un modo per portare alle luce delle istutizioni queste realtà».

Attualmente sono 100.000 i migranti nei centri governativi, al termine del periodo di accoglienza potrebbero finire in una delle “baraccopoli” sognando un inserimento che non è detto che avvenga.

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