Carcere e sicurezza, Orlando ad Alfano: «Stop all’industria della paura»

Carcere e sicurezza, Orlando ad Alfano: «Stop all’industria della paura»

Responsabilizzazione di chi ha compiuto un reato, educazione e rieducazione, giustizia riparativa, affettività, relazione con il territorio, misure alternative al carcere, cura della salute psicofisica. Oppure, invece: enfasi della paura e della insicurezza percepita nel Paese, inasprimento delle pene, maggiore carcerazione, nuova edilizia penitenziaria. Nel giorno conclusivo degli Stati generali dell’esecuzione penale, a Rebibbia, è emersa tutta la distanza tra le due diverse anime del governo bipartisan. Quella che ancora è possibile, almeno quando si parla di riforma del carcere e dei modi di dare corso ad una pena. Due approcci diametralmente opposti, sia dal punto di vista normativo che culturale.

Il Guardasigilli Andrea Orlando, tirando le somme di due giorni di interventi istituzionali e di relazioni sul lungo percorso che ha coinvolto per un anno oltre 200 esperti riuniti in 18 tavoli tematici, lo dice chiaramente rivolgendosi al ministro dell’Interno intervenuto poco prima: «Comprendo Alfano, capisco che dobbiamo tenere conto della realtà percepita, ma anche noi stessi creiamo la paura, che è a monte del circolo vizioso: deresponsabilizzazione, cattivo risultato del trattamento, recidiva. È compito nostro, delle istituzioni, spezzare questo meccanismo perverso. Non certo facendo finta che i problemi non ci siano, ma evitando che qualcuno li inventi e ci costruisca sopra una campagna politica. Se vogliamo investire in sicurezza dobbiamo capire che la segregazione è necessaria ma non sufficiente».

Non certo inaspettatamente, invece, il ministro Alfano ha ribadito due o tre punti imprescindibili per il centrodestra, anche a costo di contraddire gli analisti che hanno lavorato agli Stati generali. Per esempio la convinzione che il carcere così com’è ha prodotto «nel 2015 il minor numero di reati commessi negli ultimi dieci anni e il minor numero di omicidi». E che l’abbattimento della recidiva si ottiene non con misure alternative al carcere, come sostiene il ministro di Giustizia, ma solo con il lavoro ai detenuti, che pure compare tra i primi due punti della riforma tratteggiata da Orlando. Dunque per Alfano è «assolutamente strategico per la sicurezza» agevolare l’imprenditoria in carcere, assieme alla costruzione di «nuovi edifici» penitenziari. E infine, mai e poi mai, giura il titolare del Viminale, «un’attenuazione né tecnica, né simbolica» del 41 bis, il regime duro che vieta ai detenuti che lo subiscono perfino «di dipingere, di tenere foto superiori ad una certa dimensione o di cucinare», come ricorda l’ex pm Gherardo Colombo.

Un solo punto di accordo, quindi, condiviso anche dal ministro Poletti: «L’occupazione dei detenuti è strumento essenziale di rieducazione». Però occorrono risorse perché, ha spiegato il ministro del Lavoro, si tratta di «un investimento dagli effetti positivi» e «non solo una spesa». Anche la titolare del Miur, Stefania Giannini, da Rebibbia promette di contribuire a un nuovo processo rieducativo portando «la scuola in carcere». Mentre la ministra Beatrice Lorenzin constata che in cella ci si ammala e non si viene curati, che il 40% dei detenuti soffre di malattie psichiche e il 22,8% di dipendenze; esalta le potenzialità della telemedicina e promette «una fase di prevenzione» contro il rischio suicidio dei nuovi giunti, che «è al 53%».

«Rompere l’isolamento» di chi sconta una pena, è recluso o lavora in carcere è il primo passo per creare sicurezza. Ne è convinto Orlando, ma alla fine non può che constatare la scarsa copertura mediatica dell’evento, «anche con mezzo governo» invitato a Rebibbia. E nessuna copertura del servizio pubblico, anche se tra le relatrici c’era la presidente Rai, Monica Maggioni.



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