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Pensioni, la bomba sociale dei precari

Camusso (Cgil) critica Boeri (Inps): «La previsione sulla generazione anni Ottanta costretta a lavorare fino a 75 anni rischia di far passare un messaggio pericoloso di sfiducia ai giovani». Come se non lo sapessero già

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 21/4/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 908 Viste

Nel 2032 il sistema contributivo andrà a regime al costo di milioni di esclusi senza tutele e una pensione dignitosa.

Pensioni, il cantiere è aperto. Ieri il presidente dell’Inps Tito Boeri ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini e si è confrontato sulla flessibilità delle pensioni in vista della legge di stabilità in ottobre. Boeri intende giocare da protagonista una partita, al momento tutta concentrata sulla flessibilità in uscita e sul restyling della riforma Fornero. Molti altri sono gli aspetti di un’emergenza che rappresenta una bomba sociale pronta ad esplodere.

Le reazioni in rete alla sua uscita sulla generazione nata negli anni Ottanta, costretta a lavorare fino a 75 anni ieri sono state elettriche. Il presidente dell’Inps ha incassato le critiche del segretaria della Cgil Susanna Camusso. «Proporre così questa previsione è irragionevole, rischia di sembrare un annuncio e non una criticità da affrontare – ha detto – Rischia inoltre di passare un messaggio pericoloso di sfiducia ai giovani con molti che reagiscono dicendo allora non pago più i contributi». «È proprio per evitare questa situazione che abbiamo aperto la vertenza sulle pensioni -ha aggiunto Camusso- questo è un sistema ingiusto che scarica la disoccupazione sulle spalle dei singoli e si basa solo sull’aspettativa di vita. Vedere ogni singolo aspetto come un costo impedisce una riforma complessiva del sistema che preveda investimenti che non sono costi: bisogna ricostruire il sistema per i giovani bisogna superare la differenza tra tutelati e non».

Per il segretario della Fiom Maurizio Landini «bisogna abbassare l’eta pensionabile perché questo vuol dire consentire ai giovani l’ingresso nel mondo del lavoro e il superamento del sistema puramente contributivo». Landini ha denunciato il disastro della riforma Fornero: «è stato fatto dal governo Monti e votato da tutto il parlamento – ha spiegato- una manovra totalmente sbagliata per fare cassa. Perché non solo bisogna andare in pensione prima, ma bisogna anche garantire anche ai giovani di oggi che dovranno avere un reddito che permetterà loro di vivere dignitosamente».

Posizioni che rispondono a un sentimento diffuso a sinistra e nel sindacato. Quattro anni fa, quando la riforma Fornero fu approvata, la reazione di questi mondi fu a dir poco timida. Si fecero sentire i lavoratori autonomi che ancora oggi continuano a sostenere una riforma generale. Per un periodo, la critica alla Fornero è stata persino lasciata alla Lega di Salvini. Per fortuna, oggi l’orizzonte si è ripopolato. Resta da capire se la mobilitazione dei sindacati, e della Cgil, arriverà a coinvolgere, e in che modo, le generazioni dagli anni Settanta ai Novanta, senza fermarsi al problema, grave anch’esso, degli over 55 senza lavoro.

La situazione è nota: nel 2032 il sistema contributivo creato dalla riforma Dini nel 1995 raggiungerà l’equilibrio finanziario, ma lo farà ai danni di milioni di persone nate dalla metà degli anni Settanta fino ai Novanta, e tutti coloro che hanno carriere lavorative discontinue in un mercato del lavoro ad altissimo tasso di precarietà. La pervesione di questo sistema è stata perfezionata dalla Riforma Fornero che ha impedito agli esodati di andare in pensione, ha penalizzato gli autonomi della gestione separata dell’Inps, alzato l’età pensionabile bloccando al lavoro i dipendenti in età da pensione Secondo le simulazioni dell’Inps, i pochi «fortunati» che avranno avuto carriere lineari con pochi buchi contributivi potranno raggiungere una pensione più bassa del 25% rispetto ai genitori nati intorno al 1945. Il problema è senz’altro più grave perché è certo che l’importo sarà in molti casi addirittura inferiore all’attuale assegno sociale: 448,52 euro per 13 mensilità 5.830,76 euro annui nel 2015.

Si lavorerà per più di quarant’anni con redditi esigui per non avere, in sostanza, una pensione. I lavoratori poveri e discontinui avranno collaborato alla sostenibilità di un sistema che li esclude. Parliamo di una vera lotta di classe alla rovescia che si cerca irresponsabilmente di silenziare. A suo modo, Boeri sta dando un contributo di trasparenza. Certo le sue soluzioni sono parziali, al di sotto del problema. Pensare di affrontarlo con l’istituzione del «sostegno di inclusione attiva» (il Sia, un sussidio di povertà) agli over 55 da finanziare con il taglio in percentuale ai vitalizi a 4 mila persone e alle cosiddette «pensioni d’oro» di 250 mila persone è inadeguato.

Il rischio è di continuare quello «stillicidio di riforme» previdenziali, denunciato dallo stesso Boeri, aumentando la segmentazione del Welfare per categorie professionali e di età. Il problema avrebbe invece bisogno di soluzioni di sistema. L’Europa dell’austerità vigila tuttavia minacciosa e non lo permetterà. Le alternative non esistono: la crescita del Pil dello zero virgola a cui sono parametrati i rendimenti pensionistici è molto più bassa di quella preventivata. Il quinto stato di milioni di persone non potrà sopravvivere con il lavoro povero e precario, senza tutele e nemmeno un reddito minimo o di base.

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