Il pericolo di scrivere

Il pericolo di scrivere

«Il livello di violenza contro i giornalisti (comprese intimidazioni verbali e fisiche, e minacce di morte) è allarmante»: no, non è la Corea del sud, non è la Georgia, né il Lesotho, la Bosnia Herzegovina o il Nicaragua. E neppure la Moldova. Tutti Paesi che precedono il nostro, nell’annuale classifica sulla libertà di stampa, considerati un po’ più sicuri per chi fa il mestiere di cronista. Gli analisti di Reporters sans frontières (Rsf) parlano così invece dell’Italia, che perde quattro posizioni anche quest’anno, scivolando dal 73esimo posto del 2015 al 77esimo. Sebbene non sia il tracollo dell’anno scorso, quando rispetto al 2014 Roma aveva perso 24 postazioni in un sol colpo, la ong con sede a Parigi motiva però il pessimo ranking già con il titolo del dossier che ci riguarda: «Sotto scorta della polizia».

«Le minacce mafiose sono ricorrenti», contro i giornalisti italiani. Gli autori di «inchieste sulla corruzione o sul crimine organizzato sono i primi a finire nel mirino». Tanto che «da 30 a 50 giornalisti sono sotto protezione dopo minacce pronunciate nei loro confronti», scrive Rsf riportando notizie uscite sui quotidiani italiani. E ancora: un motivo particolare di preoccupazione è destato dal sistema giudiziario del Vaticano che «attacca la stampa, nel contesto degli scandali Vatileaks e Vatileaks 2. Due giornalisti – ricorda il report annuale francese – rischiano 8 anni di carcere per la pubblicazione di libri che rivelano il malaffare della Santa Sede». Questa volta – differentemente dal 2015 quando l’Italia precipitò dal 49esimo al 73esimo posto della classifica stilata prendendo in considerazione pluralismo, indipendenza dei media, ambiente generale e autocensura, quadro legislativo, trasparenza e infrastrutture – Rsf non menziona nel suo rapporto la concentrazione dei media e la pressione del potere sui giornalisti italiani.

Una problematica che invece viene evidenziata per motivare la 45esima postazione della Francia dove «un pugno di uomini d’affari con interessi estranei al mondo dei media possiedono la maggior parte delle testate private nazionali». In Gran Bretagna (38esima) i problemi sono simili ai nostri, secondo gli osservatori internazionali: contro i cronisti britannici infatti «la polizia ricorre al Regulation of investigatory Powers Act per tentare di violare il segreto delle fonti», mentre in Italia «si moltiplicano le irruzioni di polizia con lo stesso obiettivo».

L’Europa però, nel suo insieme, detiene il primato di continente dove la libertà di stampa è più tutelata, malgrado le leggi speciali contro il terrorismo rischiano di comprometterne il modello virtuoso. In cima alla classifica che viene stilata dal 2002 si trovano la Finlandia (in testa per il sesto anno consecutivo), l’Olanda (che guadagna due posizioni rispetto all’anno scorso), la Norvegia (indietro di un posto), la Danimarca (retrocede anch’essa di una postazione) e la Nuova Zelanda (che avanza di un gradino). In fondo, su 180 Paesi presi in considerazione, rimangono Sudan, Vietnam, Cina, Siria, Turkmenistan, Corea del Nord e – ultima – Eritrea. Al netto del Medio Oriente, che è posto decisamente out per i cronisti e dell’Egitto (al 159esimo posto), che è surclassato perfino dall’Iraq, l’Africa però per la prima volta supera l’America latina. Ma è solo per colpa del clima che si vive in Paesi come Venezuela, Honduras, Colombia ed Ecuador. Al contrario, particolare menzione merita la Tunisia (96esima), che guadagna 30 posti per «il consolidamento degli effetti positivi della rivoluzione», e si conferma il più libero – almeno per i media – tra i Paesi arabi.

Se continua così, tra otto mesi la Tunisia potrebbe superare l’Italia. D’altronde, nemmeno l’Fnsi è sorpresa dal pessimo risultato italiano e anzi denuncia problemi nell’«organizzazione complessiva di tutto il sistema» mediatico. Da noi, ricorda in una nota il segretario generale, Raffaele Lorusso, «vige ancora l’articolo 595 del codice penale che prevede il carcere per i giornalisti, anche se da anni si parla di intervenire: non aiuta certo in una classifica sulla libertà di stampa». Non solo: «Si va dall’assenza di normative antitrust ai meccanismi di nomina della governance dell’ente radiotelevisivo di Stato, che resta legato all’esecutivo in carica». E infine la questione urgente delle «querele temerarie spesso usate a scopo intimidatorio, tema che non è stato ancora affrontato». «C’è un dibattito, è stato fatto un primo passo con l’emendamento approvato nell’ambito della proposta di legge di riforma del processo civile -ricorda Lorusso -, ma non ancora un provvedimento definitivo e siamo lontani dalle linee guida auspicate dall’Europa, secondo le quali la querela intimidatoria deve portare, in caso di sconfitta del querelante, non solo al pagamento delle spese processuali ma anche a sanzioni proporzionali all’entità del risarcimento richiesto con la querela».



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