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Tetto a 1,5 gradi, rinnovabili e controlli ogni cinque anni così si fermano le emissioni

Per la prima volta paesi sviluppati ed emergenti hanno regole comuni contro il surriscaldamento. Verifiche al via già nel

MAURIZIO RICCI, la Repubblica • 23/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 1237 Viste

L’AMBIZIONE e il limite dell’accordo siglato a Parigi nello scorso dicembre li riassume bene Todd Stern, l’uomo che ha condotto i negoziati per conto di Obama: «Stabilisce il primo regime universale e non transitorio sul clima ». In concreto, né la firma di questi giorni, né la ratifica formale da parte dei singoli Stati cambiano nulla. Ma, in linea di principio, cambia tutto: per la prima volta, c’è un accordo che coinvolge e impegna il mondo intero — paesi sviluppati, emergenti, arretrati — e disegna un percorso nel futuro per parare l’impatto del riscaldamento globale.
LO SCAMBIO DI PARIGI
A Parigi, si è rinunciato, infatti, a fissare misure e interventi validi per tutti: le politiche sul clima restano affidate ai singoli governi. Ma si è creata un’architettura istituzionale per monitorare e incentivare queste politiche. Ci sarà un giro d’orizzonte entro il 2018, per arrivare al 2020, quando i governi si imporranno nuovi e più stringenti limiti alle emissioni. E così di seguito ogni cinque anni. L’obiettivo comune, specificato e sottoscritto, è impedire un riscaldamento globale di più di 2 gradi. Gli scienziati ritengono, infatti, che la situazione climatica — siccità, inondazioni, innalzamento dei mari — diventerebbe fuori controllo. L’accordo, anzi, auspica che il riscaldamento si fermi a 1,5 gradi.
LA RESISTENZA DI BIG OIL
Il problema, come nessuno si nasconde, è che le misure finora messe in campo dai singoli governi non bastano. Se gli interventi decisi finora venissero confermati anche nei prossimi anni, il riscaldamento sarebbe comunque di 2,7 gradi. Se venissero rimessi nel cassetto, facendo finta che l’effetto serra non esista, si arriverebbe facilmente a 3,5 gradi. Il punto chiave è che, a Parigi, si è preferito girare intorno al problema dei combustibili fossili. Secondo gli esperti, visto che il 60 per cento delle emissioni deriva dall’energia, per centrare l’obiettivo dei due gradi, due terzi delle riserve attuali di carbone, petrolio e gas devono restare inutilizzate sotto terra. Significa azzerare patrimoni di decine di migliaia di miliardi di dollari. Il testo alla firma a New York, infatti, pesta soprattutto l’acqua nel mortaio: si auspica che venga stabilito «quanto prima» un tetto alle emissioni e, più precisamente (se così si può dire) si dice solo che «il mondo deve raggiungere un effetto serra zero ad un certo punto nella seconda metà del secolo».
GLI INVESTIMENTI
Il mondo, peraltro, va avanti per conto suo. Il costo delle energie rinnovabili continua a precipitare: il solare costa ormai 50 volte di meno di pochi anni fa e, in più di una regione, un kilowatt dal sole costa quanto uno prodotto dal metano. Gli esperti dell’industria dell’auto calcolano che, nel 2040, il 50 per cento delle auto sarà elettrico. Negli ultimi anni, quasi tutte le nuove centrali elettriche entrate in funzione sono a energia rinnovabile. Ma economia e società non possono risolvere da sole il problema della CO2, senza i governi. L’università di Oxford ha calcolato che una buona fetta delle centrali elettriche europee ha più di 30 anni di vita e va sostituita. Con che tipo di centrali? I margini, dice la ricerca, sono esauriti. Già adesso. A partire dal 2017, un governo che desse via libera anche ad una sola nuova centrale, a carbone o a gas, si assumerebbe la responsabilità di sfondare il limite dei 2 gradi.
I DUBBI SUGLI USA
Ma i dubbi sulla tenuta dell’accordo sono anche più immediatamente politici e riguardano tre paesi decisivi. Il primo è l’India, che, a Parigi, ha preso solo impegni generici, anche se annuncia un piano ambizioso di espansione del solare. Il secondo è la Cina, che non ha chiuso con le centrali a carbone, anche se la leadership di Pechino sente moltissimo la pressione della sua opinione pubblica per la lotta all’inquinamento. Il paese decisivo è il terzo, gli Stati Uniti. L’impegno ambientalista di Obama si scontra con le esitazioni della Corte suprema, l’opposizione del Congresso e, soprattutto, la possibilità che, nel 2017, alla Casa Bianca entri un repubblicano. Un presidente Trump o Cruz che si chiamasse fuori dalla lotta sul clima significherebbero l’implosione degli accordi di Parigi.

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