Libia

La sfida strategica per i giacimenti di oro nero

Lo scontro per il controllo delle fonti energetiche: lo Stato islamico è a 50 km dai terminal

Francesco Battistini, Corriere della Sera • 26/4/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 1991 Viste

Dal pozzo nero della crisi libica s’alza una bandiera bianca. È quella di Fayez al Serraj. Il premier inviato dal mondo a unificare il Paese, dopo aver escluso per quasi un mese un intervento militare esterno, alla fine s’è arreso: gli attacchi ai pozzi di petrolio sono sempre più «preoccupanti», dice, e serve l’aiuto dell’Onu per proteggerli. Traduzione: mandate i soldati a salvare i nostri soldi. Somiglia molto al segnale che s’aspettava. Una forzatura istituzionale, visto che Serraj non ha ancora la fiducia del Parlamento di Tobruk, ostaggio del generale Khalifa Haftar. Un’accelerazione calcolata: sbarcato a Tripoli, il primo tributo di fedeltà a Serraj era venuto proprio dalla Noc, la National Oil Corporation tripolina che fa da ministero del Petrolio e tiene in piedi una Libia al collasso.

Perché proprio ora? Sull’oro nero, si vede nero. Lo scontro armato è per lo più in Cirenaica e sotto la Sirte in mano all’Isis (infatti non ci sono di mezzo gl’impianti Eni della Tripolitania, precisa Matteo Renzi). Due episodi, nelle ultime ore, hanno creato allarme: 1) il ferimento d’Ibrahim Jadhran, «il Robin Hood della Cirenaica» a capo delle guardie petrolifere che combatte tanto l’Isis quanto Haftar e che, nei giorni scorsi, aveva giurato fedeltà a Serraj; 2) un carico di 650mila barili di greggio che ieri mattina una vecchia crude oil tanker indiana del ’95, la Distya Ameya , ha imbarcato dal porto di Bengasi (controllato da Haftar) destinazione Emirati Arabi, una «vendita illegale» e una violazione dell’embargo imposto dall’Onu, riprova d’un mercato parallelo del petrolio che sabota il governo Serraj.

Chi prende i pozzi vince. La produzione dall’era Gheddafi è calata del 78%, 314mila barili giornalieri. Ma se allora si spartivano la torta 28 grandi compagnie, una quindicina di Paesi, oggi sono in scena molti meno attori, con riserve di greggio stimate ancora in 60mila miliardi di barili, gas naturale per 1.500 miliardi di metri cubici. La prima paura, naturalmente, è che il Califfato sfondi la distanza dei 50 km che lo separa dai terminal di Ras Lanuf, As Seder e Zuetina: da soli, garantiscono carichi quotidiani come quello della nave indiana. Ieri, l’annuncio trionfale della conquista del checkpoint petrolifero 52: «Attaccare il settore degl’idrocarburi libici — ha scritto nei giorni scorsi il Washington Post — aiuta molto la narrativa jihadista in tutta l’area». S’è visto in Egitto con la decapitazione d’un tecnico petrolifero croato che lavorava per i francesi; è accaduto in Algeria con l’assalto qaedista ai gasdotti per l’Europa.

Il secondo e più concreto timore, però, è che a quei pozzi arrivi Haftar in disperata ricerca di fondi per la sua guerra, un po’ spinta da Tobruk e un po’ no: «La maggior parte delle risorse sta a Est — ci spiega Tarek Hassan-Beck, ex dirigente Noc — e il progetto dei cirenaici è ancora in piedi: hanno appena riaperto a Bengasi una Noc parallela a quella tripolina, che esporti il petrolio per conto proprio. È oro nero di qualità inferiore, con un’aspettativa di vita di qualche decennio. Ma dai porti di Sirte o di Bengasi sarà più facile contrabbandarlo». L’ultima volta, i miliziani islamisti ci hanno provato nel 2014: la nave pirata arrivò fino a Cipro, poi fu abbordata dai corpi speciali Usa e costretta a tornare indietro. Stavolta, Serraj teme ci provino l’Isis o Haftar. E chiede che a bloccarli provveda l’Onu. Possibilmente subito.

Francesco Battistini

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