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LuxLeaks, gole profonde a processo

Alla sbarra in Lussemburgo i tre francesi che hanno rivelato gli accordi segreti delle multinazionali con il Granducato per aggirare le tasse. Rischiano fino 10 anni. Da Piketty a Snowden battaglia per salvarli

FRANCESCA DE BENEDETTI, la Repubblica • 27/4/2016 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1392 Viste

«Lo hanno messo dietro il banco degli imputati, si rende conto? Proprio lui che nel 2015 è stato candidato come cittadino europeo dell’anno. Grazie ad Antoine, Bruxelles ha potuto recuperare decine di milioni di euro». Romain è davanti al tribunale, assieme a frotte di cittadini, per difendere suo fratello Antoine Deltour, l’informatore dello scandalo LuxLeaks. Il trentenne francese, prima di lasciare il lavoro come revisore dei conti nella società PricewaterhouseCoopers, nel 2010 scaricò sul pc migliaia di pagine.

Poi usò i documenti per rivelare gli accordi tra il Lussemburgo e multinazionali come Pepsi, Ikea, Fiat: patti stretti dal Granducato quando al governo era l’attuale presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, e grazie ai quali 340 grandi aziende avevano potuto pagare tasse bassissime a discapito degli altri paesi europei.

Da ieri e fino al 4 maggio, Deltour siede dietro il banco degli imputati di un tribunale del Lussemburgo. Per il whistleblower si schierano la Francia attraverso il ministro Michel Sapin, intellettuali come Thomas Piketty, molte ong, Edward Snowden, Julian Assange. A rischiare fino a dieci anni di carcere assieme all’ex revisore di PwC, ci sono il suo ex collega Raphael Halet e il giornalista che portò a galla lo scandalo, Edouard Perrin. Lui a Repubblica dice: «Ho solo fatto il mio lavoro, era un caso di interesse generale per l’Europa». Eppure i tre sono sotto accusa: violazione di segreto, furto, frode informatica. Le leggi lussemburghesi a tutela del whistleblowing coprono solo casi di corruzione: gli accordi di cui Deltour venne a conoscenza erano legali, sostiene la sua ex società, che lo porta in tribunale. Ieri ha parlato il primo testimone, un esperto di PwC: sostiene che Deltour venne in possesso dei dati grazie a una falla nei server. «Antoine testimonierà la prossima settimana – ci spiega l’avvocato di Deltour, Philippe Penning – e la strategia è: niente premeditazione, all’inizio lui ha agito per un colpo di testa. È un whistleblower, va tutelato: lo dice la Corte europea dei diritti dell’uomo». Peccato che manchi una direttiva europea che protegga i whistleblower. La prossima settimana a Strasburgo i Verdi presenteranno una bozza: assieme ai socialdemocratici, vogliono fare pressione sulla Commissione. Serve una normativa Ue, e il tempo – almeno per quelli come Antoine – stringe.

 

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