«Centinaia di morti in mare». I superstiti: noi, a picco nel buio

«Centinaia di morti in mare». I superstiti: noi, a picco nel buio

L’unica traccia rimasta di loro è il racconto dei superstiti, ancora frammentario e incerto. Sarebbero tra i 200 e i 300 i profughi e migranti, soprattutto somali, etiopi, sudanesi ed egiziani, morti in un nuovo naufragio il 12 aprile mentre cercavano di raggiungere l’Italia dopo essere partiti da Egitto e Libia. Affogati nella notte nel pieno del Mediterraneo quando la nave su cui li stavano trasferendo i trafficanti (già affollata di 300 persone) si sarebbe rovesciata.

«Sulla barca eravamo 500, in maggioranza somali, solo in 23 siamo sopravvissuti — ha raccontato al sito di Mogadiscio Goobjoog News Awale Warsame, una dei pochi scampati al naufragio —. I superstiti, compreso me, hanno usato pezzi di legno presi dalla barca che si è capovolta per tenersi a galla prima di essere soccorsi. Siamo partiti dall’Egitto, e precisamente da Alessandria, il 7 aprile e la barca si è rovesciata il 12 aprile. Ma siamo stati salvati da una nave filippina a largo di un’isola greca solo 5 giorni dopo».

Notizia del naufragio è stata data anche dalla Bbc, che ha raccolto le testimonianze di 41 persone appartenenti a un gruppo di 240 migranti e rifugiati salpati però dal porto libico d Tobruk, ora sull’isola greca di Kalamata, dove sarebbero state portate dai soccorritori. Hanno raccontato che all’inizio si erano rifiutati di essere consegnati alla guardia costiera greca, perché erano decisi ad arrivare in Italia.

Né l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, né le autorità italiane e greche hanno al momento potuto confermare quanto successo e anche la guardia costiera libica ha fatto sapere di non avere informazioni sulla vicenda. Una prima ricostruzione arriva però dal governo somalo. «Non abbiamo un numero certo di morti, ma stimiamo che sia tra i 200 e i 300» ha detto all’agenzia Reuters il ministro dell’informazione di Mogadiscio Mohamed Abdi Hayir, aggiungendo che sarebbe stata coinvolta una nave su cui si trovavano 500 persone, che tra le 200 e le 300 di queste erano somali e che «la maggioranza di loro è morta».

Nell’incertezza dei fatti, appare sicura la ripresa della rotta egiziana: dopo la chiusura di quella balcanica e la limitazione degli sbarchi in Grecia con l’accordo tra Ue e Turchia, i profughi cercano la via d’accesso all’Europa dal Nordafrica. Ora però il caos crescente in Libia fa privilegiare le partenze da Alessandria, in particolare per chi proviene dall’Africa Orientale attraverso il Sudan. Secondo Frontex, a marzo sulle isole greche sono approdati 26.450 migranti, meno della metà rispetto al mese precedente, mentre sulle coste italiane si sono contati 9.600 arrivi, oltre il doppio rispetto a febbraio (e molti di più dei 2.283 dello stesso mese nel 2015). Dei 520 scafisti arrestati nel 2015 ben 150 erano egiziani, ma i fermi di trafficanti nel Paese nelle ultime settimane si sono moltiplicati: in molti ieri hanno temuto che l’aumento delle partenze potesse essere una risposta alle accuse dell’Italia al governo del Cairo per l’omicidio di Giulio Regeni, ma le autorità locali stanno collaborando per fermare i trafficanti.

La nuova tragedia del Mediterraneo è «una ragione in più per noi per dire all’Europa che in questo momento non deve innalzare muri — ha commentato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni —, ma moltiplicare i propri sforzi». La notizia arriva a una anno esatto dal naufragio tra la Libia e di Lampedusa in cui morirono almeno 700 persone. Ieri una nave della Marina è salpata per aiutare la ditta incaricata del recupero del relitto, adagiato a 370 metri sotto il livello del mare, con ancora molti dei resti delle vittime.

Inatto a Lampedusa è arrivata la nave Aquarius che ieri nel Canale di Sicilia ha salvato 108 persone disperse su un gommone. A bordo c’erano i corpi di sei persone: per loro non c’è stato niente da fare.

Elena Tebano



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