Clima, accordo firmato a New York da 167 paesi

Clima, accordo firmato a New York da 167 paesi

New York I diplomatici di almeno 167 paesi si son riuniti a New York nel palazzo delle Nazioni unite, per firmare l’accordo sul clima raggiunto lo scorso dicembre a Parigi.

Tra i firmatari ci sono i più grandi inquinatori del mondo, come Cina e Stati Uniti, e dalla coerenza con cui manterranno le loro promesse per rallentare le emissioni di gas a effetto serra, dipenderanno in gran parte le azioni nei prossimi anni.
Una buona notizia per il pianeta, su questo non c’è dubbio, dopo un quarto di secolo di sforzi diplomatici falliti, ci sono sempre più segnali concreti e sempre più nazioni che percepiscono ambiente e clima come punti cruciali dei propri programmi, ed esiste la volontà politica di affrontare il cambiamento climatico come un concetto non opinabile ne’ trascurabile.

Molti leader stanno spingendo per rendere l’accordo di Parigi giuridicamente vincolante, in anticipo di anni su quanto previsto quanto originariamente. Tuttavia, questo sembra non bastare o comunque arrivare troppo tardi; da quando l’accordo è stato firmato, a dicembre, secondo gli esperti che monitorano il programma, i piani dei paesi in questione sono ancora lontani dall’essere sufficienti allo scopo di mantenere il riscaldamento globale a livelli tollerabili. Nessun paese ha condiviso una strategia dettagliata e credibile per ottenere ciò che gli scienziati pensano sia necessario, ossia porre la parola fine all’era delle emissioni di combustibili fossili per passare interamente all’energia pulita entro e non oltre la metà di questo secolo.

Questo non sta accadendo, o almeno non sta accadendo abbastanza velocemente e a meno che i paesi coinvolti non diano una brusca accelerata – non per mantenere gli accordi ma per sviluppare piani più ambiziosi – secondo gli esperti, il mondo potrebbe subire conseguenze significative come ondate di calore debilitanti, scarsità di cibo e mari in rapido aumento.

Questa non è una novità assoluta, era già emerso a dicembre a Parigi, ma in questi ultimi quattro mesi mesi la situazione è peggiorato.
Il programma del presidente americano Barack Obama per gli Stati Uniti, essenziale per esercitare una pressione in senso ambientalista su altri paesi e fare quindi da apri pista per gli altri stati, è stato pesantemente osteggiato, ancora una volta, dal congresso a maggioranza repubblicana che da anni sta esercitando il proprio potere limitante sulle sue azioni.

A Febbraio il programma di Obama è passato anche attraverso una serie di rallentamenti imposti da una decisione a sorpresa della corte suprema. In quell’ occasione Navroz K. Dubash, senior fellow presso il Center for Policy Research di Nuova Delhi, aveva dichiarato che «se la Corte suprema degli Stati Uniti dichiara che in realtà le decisioni prese riguardanti le centrale a carbone non saranno effettive, le possibilità di nutrire fiducia tra i paesi sarà destinate a scomparire. Questa potrebbe essere la proverbiale mossa che provocherebbe la scomparsa degli accordi di Parigi».

La Corte suprema, in realtà, non aveva sospeso del tutto o annullato gli accordi dicembre, ma le ha messe in stand by, in attesa dello scioglimento delle problematiche legali sorte nei vari stati americani coinvolti.

Tutto ciò ha comunque comportato un rallentamento in questa corsa «verde» che ha coinvolto non solo gli Stati Uniti ma altri paesi che, per agire conseguenzialmente, aspettavano le mosse americane, come ad esempio India e Cina.

Il summit alle Nazioni unite risulta quindi essere più che un resoconto festoso su i passi avanti compiuti dalla Conferenza di Parigi in poi, un triste elenco dei nodi venuti al pettine da dicembre in poi.
In questo senso più volte il segretario generale delle nazioni unite Ban Ki-Moon si è appellato al potere dei sindaci nel ridurre la produzione di elementi inquinanti nelle singole città, e ha ottenuto risposte più che positive ad esempio dal sindaco di Vancouver, Gregor Robertson, ma questi meritevolissimi sforzi, se non inseriti in un piano globale, organico e estremamente ambizioso, sono una goccia nell’oceano di inquinamento che a quanto pare sta avvolgendo il pianeta.

Questi sforzi devono, inoltre, essere attuati con velocità, ponendosi nell’atteggiamento mentale (e legale e fattivo) di una corsa contro il tempo.
Altro attore importante in questo frangente è il colosso cinese.

La Cina è il più grande emissore mondiale di gas serra, a Parigi si era impegnata a diminuire radicalmente le proprie emissioni di anidride carbonica al fine di raggiungere un plateau (o declino) “intorno al 2030”.

In effetti molti esperti ritengono che la Cina sia sulla buona strada per raggiungere tale obiettivo e quindi, come si è impegnata, ad arivare al 2030 con il 20 per cento di energia in Cina proveniente da fonti di combustibile non fossile.
La Cina anche impegnata di recente a “controllare rigorosamente gli investimenti pubblici su progetti ad alto inquinamento e le emissioni di carbonio sia a livello nazionale che internazionale.”

Ma tutto questo subirebbe un rallentamento se gli altri paesi non rispetteranno nello stesso modo gli accordi presi.
Il summit del 22 Aprile è quindi un momento che deve essere utilizzato per uscire dalla retorica e confrontarei con gli impedimenti singoli che stanno portando ad un rallentamento complessivo e forse interrogarsi su come aggirarli in nome di un admpimento rigoroso


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