trivelle

Cosa resta delle piattaforme. E cosa resterà se vince il Sì

12 miglia. Non ci sono risorse strategiche da salvaguardare

Fabrizia Arduini *, il manifesto • 17/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 629 Viste

Intorno al referendum sulle trivelle girano numeri, dati, ultimatum e tempi sulle Concessioni a Coltivare dentro le 12 miglia in un vortice senza fine. Possiamo affermare, comunque, alcune certezze inossidabili in caso di vittoria, oggi, del Sì.

Le dismissioni degli impianti delle Concessioni non saranno immediate e men che meno avverranno in blocco: per ognuna verranno rispettati i tempi della normativa vigente. Una normativa che a tal proposito parla chiaro, specie per le proroghe quinquennali che scattano dopo i 30 anni di attività secondo la legge 625/96, che a tal proposito rimanda alla legge che disciplina le proroghe quinquennali, la n.9 del 1991. Quest’ultima, all’articolo 9, disciplina esplicitamente come le ultime proroghe, quelle quinquennali, servano esclusivamente al fine di completare lo sfruttamento del giacimento. Naturalmente a determinate condizioni.
Quindi se il giacimento anche dopo 30/40 anni è ancora pieno di risorse, nessuno andrà a chiuderlo. E sulla possibilità che grazie a qualcuna di queste concessioni sia possibile o meno costruire altre piattaforme per lo sfruttamento completo del giacimento in concessione – poiché previsto nel programma di sviluppo della domanda originaria, così come è stato ribadito dal Consiglio di Stato nel 2011 – è fine materia da costituzionalisti. Resta comunque l’esiguità numerica al riguardo.

Cosa cambia in realtà, per la gran parte di queste concessioni, con produzioni che non raggiungono nemmeno la quota che fa scattare il pagamento delle royalty-franchigia o ferme da anni: la chiusura e lo smantellamento nei tempi previsti per legge degli impianti. Questo sì creerà lavoro. Ricordiamo che la stessa Unione europea negli studi prodotti per la stesura della Direttiva offshore, indica come punti critici per l’inquinamento proprio gli impianti arrivati a maturità.
Inoltre, se un governo decide di chiudere a nuovi progetti la fascia delle 12 miglia per gravi motivi ambientali, ci sembra paradossale che solo dentro la fascia definita dallo stesso governo un’area da proteggere, venga permessa libertà di azione sino ad esaurimento del giacimento, senza le condizioni delle proroghe valide per tutte le altre concessioni che di fatto rappresentano la gran parte della produzione nazionale anche numericamente parlando, essendo queste 158 contro le 44 che operano le dentro 12 miglia.

Oggi milioni di italiani andranno a votare per chiedere che in questo Stato venga almeno salvaguardata la decenza, andranno a votare per dare un segnale forte ed inequivocabile sulle scelte strategiche in termini di energia. Non ci sono riserve strategiche da salvaguardare, visto che il numero di concessioni entro le 12 miglia che producono al di sopra della quota che fa scattare le royalty sono dentro il pugno di una mano. Non ci sono migliaia di posti di lavoro in gioco, basterebbe guardare le produzioni, le normali scadenze, oppure capire quanta gente lavora nelle 6 concessioni dentro il Golfo di Venezia, ferme dal 2002 per una legge di moratoria, o nella 2 concessioni in Calabria, ferme dagli anni ’90 e così via dicendo.

Mai come oggi, per un referendum così avversato, è importante scrivere un indelebile Sì, un Sì per camminare verso un futuro meno drammatico di questo, intriso di collassi ambientali e sociali.

*Referente energia WWF Abruzzo

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