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Da ricercatori a imprenditori: così il governo vuole cambiare la ricerca

Università. “La riforma prevista in una delega specifica alla legge Madia che renderà la figura del ricercatore “libera” di giocare con le stesse regole che hanno i ricercatori di altri Paesi”

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 28/4/2016 • Copertina, Istruzione & Saperi • 1470 Viste

“Sino ad ora – ha detto il ministro dell’università Stefania Giannini intervenendo ieri agli Stati Generali della ricerca sanitaria organizzati dal Ministero della Salute – i ricercatori sono stati trattati come normali dipendenti pubblici, ma questo non funziona. È un aspetto che affrontiamo con una delega specifica alla legge Madia, che renderà la figura del ricercatore libera di giocare con le stesse regole che hanno i ricercatori di altri Paesi. Questo permetterà al nostro sistema di aprirsi”.

La proposta punta proprio alla realizzazione di un ruolo unico dei ricercatori, mettendo l’accento su libertà di ricerca, autonomia professionale, titolarità di progetti e finanziamenti. C’è anche “un percorso legislativo per riconoscere la figura del ricercatore industriale – ha annunciato la vicepresidente di Confindustria, Diana Bracco – Si tratta di un profilo di ricercatore che potrà avere un percorso con accesso alternato al settore pubblico e privato, e ciò aumenterebbe la possibilità di trasferimento tecnologico”.

E’ un annuncio importante: i ricercatori saranno trattati da «imprenditori» che gestiranno i «capitale» dei progetti individuali europei. Lo Stato non metterà un euro in più. Cosa che avviene già oggi, solo che non esiste ancora lo status giuridico. Dopo la nuova riforma, i ricercatori porteranno in dote il “peculium” e gli atenei se li contenderanno su un mercato ristretto. Mancheranno sempre di più i fondi destinati alle loro esigenze di base e quelli superstiti saranno distribuiti dalla Valutazione della Qualità della Ricerca agli atenei “eccellenti”. Per tutte le altre esigenze – i corsi, le lauree ecc – ci saranno i precari a cui si prospetta un “ruolo unico”. E il sogno di entrare a far parte della “global class” degli imprenditori della ricerca contesi dal mondo universitario.

Sempre ieri Renzi ha ri-annunciato lo stanziamento dei 2,5 miliardi per la ricerca, per la seconda volta in due mesi. Questi soldi sono come i carri armati di Mussolini. Si mettono dove servono per dare l’effetto ottico che il governo sta facendo qualcosa per i ricercatori. Oltre a stanziare 150 milioni all’anno per i prossimi dieci allo «Human Technopole» a Milano: 1,5 miliardi di euro, mentre gli stanziamenti per il fondo ordinario per gli atenei languono. La data scelta è simbolica: il primo maggio un Cipe straordinario stanzierà anche un miliardo «sulla cultura».

Ieri, in una e-news agli iscritti del Pd, Renzi ha scritto: «ricerca e cultura smettono di essere i settori da tagliare e diventano quelli su cui investire». Vuole far credere che i 2,5 miliardi vadano a compensare gli 8,4 tagliati a scuola e università. Lo spot ha il fiato corto: non sono fondi nuovi, ma la quota di cofinanziamento italiano previsto nell’ambito del programma europeo «Horizon 2020» a cui dovrebbero aggiungersi circa dieci dall’Europa fino al 2020. Questi soldi andranno alle aree Agrifood, Aerospazio, Design Creatività, Made in Italy, Chimica Verde o «Smart Communities», energia, mobilità e trasporti. Settori con immediata ricaduta industriale, non ricerca di base o umanistica. Quanto alle esigenze strutturali dell’università italiana, il governo ha chiuso la pratica: ha stanziato 100 milioni per due anni e assumerà 861 ricercatori (contro i 1600 del Tecnopolo di Milano). Ne servirebbero 2400 per i prossimi 10 anni. In un’altra vita, forse.

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