“Diamo un nome a quei 700 fantasmi”

“Diamo un nome a quei 700 fantasmi”

DA un anno c’è una grande bara di legno che giace in fondo al mare. È il carico di morte della più grande tragedia del mare avvenuta nel Mar Mediterraneo. Il disastro è quello del 18 aprile dello scorso anno quando un barcone di legno lungo 25 metri è affondato a 85 miglia a nord delle coste libiche e a 160 a sud dell’isola di Lampedusa con il più alto numero di vittime della storia dei naufragi: 600 o 700, stando alle testimonianze de sopravvissuti, bambini, donne, uomini di varie nazionalità trasportati dai trafficanti di uomini dalle coste libiche verso l’Italia. Centinaia e centinaia di morti che non hanno ancora un nome.

Quel giorno il barcone di legno s’inabissò dopo una collisione con una nave mercantile norvegese che era stata inviata nella zona di mare in cui era stato lanciato l’Sos e stava tentando di salvarli. Gente che proveniva da ogni parte dell’Africa e tentava di raggiungere l’Italia. Fra pochi giorni, esattamente il giorno dell’anniversario della strage, mezzi della Marina Militare italiana e mezzi specializzati di due società marittime private, tenteranno una delle più grandi e delicate imprese di recupero perché quella grande bara di legno ha nel suo ventre centinaia e centinaia di scheletri che dovrebbero essere recuperati senza essere distrutti per potere essere così identificati. Fino ad ora gli uomini del Consubim della Marina Militare hanno recuperato 169 cadaveri, quelli che si trovavano vicino al peschereccio affondato.

Il relitto è adagiato a una profondità di circa 400 metri, un abisso senza luce e con pressioni elevatissime. Ed è per questo che il recupero potrebbe essere difficoltoso. Ma gli uomini della Marina Militare e i tecnici delle due società private ritengono che nel giro di pochi giorni possa essere recuperato.

Come? «Sotto il barcone — spiega Vittorio Piscitelli, commissario straordinario per le persone scomparse che coordina l’operazione — sarà piazzato un grande telone le cui estremità saranno poi agganciate a dei pistoni che lentamente lo riporteranno in superficie». Una volta riportata alla luce quella grande bara di legno sarà “incubata” con una tensostruttura refrigerata con azoto liquido anche per proteggere i corpi dall’ “assalto” dei gabbiani. L’operazione successiva, anch’essa molto rischiosa, è quella di trasferire il barcone in un grande hangar nella base Nato di Melilli (Siracusa) dove entreranno in azione squadre specializzate dei Vigili del Fuoco che tenteranno di estrarre quegli scheletri per poi sistemarli in apposite celle frigorifere. Solo a quel punto interverranno i medici legali per provare a identificare le vittime.



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