Egitto, 100 arresti in tre giorni e un attivista torturato in fin di vita

Il Cairo. Khaled Abdel Rahman trovato lungo una strada deserta con segni di tortura dopo l’arresto della polizia, come Giulio. Oltre 5mila case perquisite solo al Cairo in previsione della manifestazione di domani. Rinviata la sentenza del quarto processo a Morsi

Chiara Cruciati, il manifesto • 24/4/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 1570 Viste

Al-Sisi è furioso: il boomerang delle isole Tanar e Sanafir è tornato indietro con potenza doppia. Manca poco alla manifestazione di domani e un’ondata di arresti ha investito il paese, sintomo della debolezza di un regime disfunzionale. La notte di venerdì è stata la replica delle retate compiute dalla polizia durante la giornata.

E si è conclusa con una scoperta drammatica: Khaled Abdel Rahman, attivista di Alessandria, è stato ritrovato lunga una strada deserta alla periferia del Cairo con il corpo segnato dalle torture. È ancora vivo, riporta la sorella Reem aMiddle East Eye, ma è ricoverato in terapia intensiva.

«Il suo corpo è pieno dei segni di pestaggi e torture, elettroshock sui genitali», ha scritto su Facebook aggiungendo che Khaled era stato arrestato il giorno prima dalla polizia durante una perquisizione nella loro abitazione. A trovarlo è stato un passante, un’immagine che ricorda alla perfezione il ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni.

Da giovedì a sabato tante province egiziane sono state teatro di perquisizioni e arresti di massa, nei café, nelle case private, in strada. A Giza è stato portato via uno dei leader dei Socialisti Rivoluzionari, Haytham Mohamadeen: ieri la procura ha allungato di 15 giorni la sua detenzione perché «membro di organizzazione illegale», senza specificare però quale. È stato invece rilasciato il fumettista Makhlouf.

A parlare sono i numeri del Ministero degli Interni: in una settimana sono state perquisite 5mila abitazioni solo nel centro del Cairo e esaminati migliaia di computer e telefoni. E gli arrestati, riporta Ahram Online, sono stati almeno cento solo nella sera di giovedì.

Il timore è che si tratti del preludio alla giornata di domani, 25 aprile, visti i precedenti. Il 15 aprile 4mila persone sono scese in piazza per la prima manifestazione anti-governativa dall’elezione a presidente di al-Sisi, estate 2014. Il bilancio finale, secondo l’Association for Freedom of Thought and Expression, è stato di 387 arrestati: 268 sono stati rilasciati, 98 sono a piede libero in attesa del processo e 21 sono ancora in prigione. E ora tra i target torna l’attivista Sanaa Seif (sorella dei più noti Alaa Abdel-Fattah e Mona Seif) che iei è stata convocata dalla procura del Cairo. L’accusa è incitamento alle proteste per aver denunciato l’arresto dell’attivista Yasser al-Qott, anche lui accusato di incitamento.

Scure anche sulla stampa: ieri il Ministero degli Interni ha denunciato il capo dell’ufficio della Reuters al Cairo, Michael Georgy per «pubblicazione di notizie false volte a disturbare la pace e a danneggiare la reputazione dell’Egitto». È questa la sola reazione istituzionale alle rivelazioni pubblicate dall’agenzia internazionale sulle prime ore dell’arresto di Giulio Regeni, eccezion fatta per l’immediata smentita giunta dalla Nsa, i servizi segreti interni accusati dalle fonti di aver detenuto Giulio.

I legami stretti tra i vertici politici e la magistratura sono palesi, rinvigoriti dalle leggi del presidente golpista: normative che vietano le proteste, criminalizzano la società civile, incrementano i poteri di polizia e servizi segreti si concretizzano nelle mani dei tanti giudici che avallano le politiche del governo. A nulla valgono le parole di al-Sisi nella Giornata nazionale della Magistratura: «Mai interferito con il sistema giudiziario», ha detto ieri alla Corte Suprema.

Nelle stesse ore veniva rinviata al 7 maggio la sentenza finale del quarto processo contro Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani e primo presidente democraticamente eletto dal popolo egiziano, deposto dall’ex generale. Quello che è stato definito dal procuratore «il più grande caso di spionaggio e tradimento nella storia della nazione» vede Morsi accusato di aver consegnato al Qatar – tramite i corrispondenti di al-Jazeera – documenti segreti contenenti informazioni sulle forze armate.

L’ennesimo processo dopo i tre già conclusi con tre pene diverse: condanna a morte per la partecipazione ad un’evasione di prigionieri nel 2011; ergastolo per la collaborazione con Hamas, Hezbollah e guardie rivoluzionarie iraniane; e 20 anni per l’uccisione di manifestanti di fronte al palazzo presidenziale nel 2012.

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