La ministra Guidi scivola sul petrolio

La ministra Guidi scivola sul petrolio

Non c’era alternativa alle dimissioni e persino i renziani di stretta osservanza se ne erano resi conto subito. Inutile, anzi ulteriormente dannoso, anche solo aspettare il ritorno di Matteo Renzi. Così, con poche righe indirizzate al presidente del consiglio, Federica Guidi dà l’addio al ministero delle Attività produttive, messa con la spalle al muro da un’intercettazione che in questo caso era davvero la classica “pistola fumante”.

La Guidi si dice «assolutamente certa della mia buona fede e della correttezza del mio operato». Tuttavia «per una questione di opportunità politica», trova «necessario rassegnare le dimissioni». Mai come in questo caso la formula «opportunità politica» è adoperata a ragion veduta. L’intercettazione non poteva capitare in un momento peggiore per il governo. A poca distanza dalle elezioni comunali. A un soffio dal referendum sulle trivellazioni che, alla luce dell’emendamento scritto a misura degli interessi Total, acquista un’importanza ancora maggiore e che, proprio in seguito allo scandalo di Potenza, è diventato per il governo più rischioso.

I capigruppo di Sinistra italiana Scotto e De Petris, minacciando la mozione di sfiducia contro la ministra, lo avevano detto subito: «Dal depotenziamento dei fondi per le alternative al tentativo di sabotare il referendum, passando per l’emendamento Total, l’intero operato del governo è teso a favorire i petrolieri». Sulla stessa linea si era mosso M5S, ricordando la propria strenua opposizione all’emendamento incriminato, ma anche Giorgia Meloni per FdI e persino il governatore Toti, con un tweet beffardo: «Guidi col petrolio, Boschi con le banche. Ma qualcuno fa il ministro e basta in questo governo?».

L’unica eccezione, nel coro unanime, era stato Silvio Berlusconi. Il solo leader dell’opposizione a non chiedere la testa della ministra Guidi. L’unico a scagliarsi invece contro le intercettazioni che sono «un vulnus grave della democrazia e una violazione del diritto alla privacy tutelato dalla Costituzione». Che l’ex cavaliere abbia il dente avvelenato contro le intercettazioni è noto, ma di qui a sostenere una ministra evidentemente indifendibile ce ne passa. La sortita di ieri, dopo il favore immenso fatto al Pd con la candidatura di Bertolaso a Roma, autorizzano sempre più il sospetto di una segreta convergenza tra l’uomo di Arcore e il ragazzo di palazzo Chigi.

Peccato che l’appoggio di Berlusconi, in una faccenda del genere, fosse più un ulteriore e pesante danno d’immagine che un provvidenziale aiuto. L’intercettazione con la quale la ministra Guidi informava in anticipo il compagno Gianluca Gemelli dell’emendamento che al Senato avrebbe sbloccato l’impianto Total Tempa Rossa, nel quale il medesimo aveva robusti interessi, era troppo esplicita per far finta di niente. Lo stesso Matteo Renzi, probabilmente, se ne è reso conto senza neppure bisogno di aspettare il ritorno in patria. Solo con le dimissioni immediate della più diretta interessata poteva provare a spegnere l’incendio prima che divampasse.

Prima di tutto per quel passaggio dell’intercettazione su «Mariaelena». Sarebbe imbarazzante anche per un ministro sul cui operato non si fossero mai addensate ombre. Lo è molto di più trattandosi di una ministra, Mariaelena Boschi, sulla quale il sospetto di conflitto di interessi è già fortissimo. Poi perché l’episodio si inquadra in tutta una politica energetica che è opposta a quella di cui Renzi si è vantato con Obama e va puntualmente a vantaggio dei petrolieri. Ma soprattutto perché la somma di episodi incresciosi disegna sempre più nitidamente il quadro di un governo dove i favori agli amici, oppure a chi può offrire appoggi potenti, sono all’ordine del giorno.

Tanto Sinistra italiana, con Scotto, quando Raffaele Fitto chiariscono dunque subito che la faccenda non può finire così e che è comunque inevitabile un passaggio «chiarificatore» di fronte al Parlamento. I pentastellati vanno oltre: «Anche il ministro Boschi ha le mani sporche di petrolio. Torna più che mai urgente la calendarizzazione della nostra mozione di sfiducia su di lei», dichiara la capogruppo al Senato Nunzia Catafalco. Quella mozione non ha nessuna possibilità di passare. Ma da ieri il governo è davvero più debole.



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