«L’Ue sapeva dell’aumento dei morti senza Mare nostrum»

«L’Ue sapeva dell’aumento dei morti senza Mare nostrum»

Dunque sapevano. Che chiudendo l’operazione di soccorso ai migranti nel Mediterraneo Mare Nostrum e sostituendola con Triton – uno sforzo su scala più ridotta basato sull’intervento di marine mercantili private e non militari – i leader dell’Ue si sarebbero assunti in coscienza la responsabilità dell’incremento dei migranti morti per mare che tale disimpegno avrebbe provocato. Quello che forse nemmeno lontanamente immaginavano, è che sarebbero anche emersi gli estremi per una potenziale accusa penale a loro carico per omissione di soccorso. Perché il soccorso – inefficace e quasi controproducente – scaturito dalle decisioni dell’Ue, ha aumentato le morti che intendeva ridurre, preoccupandosi di porre l’accento sulla deterrenza piuttosto che sull’accoglienza.
Un «crimine etico» denunciato, a un anno esatto da una delle peggiori tragedie nel Mediterraneo, da un rapporto appena pubblicato dal Goldsmith, uno dei college dell’università di Londra. S’intitola Death By Rescue: The Lethal Effects Of The EU’s Policies Of Non-assistance At Sea (Morte per soccorso: gli effetti letali delle politiche marittime di non assistenza dell’Ue) e ne sono autori due ricercatori, Charles Heller e Lorenzo Pezzani. Hanno accertato che Frontex, l’agenzia europea per la gestione delle frontiere, aveva previsto il rischio di aumento degli incidenti rappresentato dal sostituire Mare Nostrum con Triton, e che tale previsione è stata deliberatamente ignorata dagli stati membri pur essendone questi perfettamente informati. «Il report getta nuova luce sulla decisione di ritirare le forze schierate per il soccorso nel canale di Sicilia e sugli effetti che questa decisione ha provocato», spiega Pezzani. «L’abbiamo definita “omicidio per omissione:” siamo anche in contatto con vari avvocati e studiosi di diritto per vedere se esiste un’eventuale possibilità di sbocco legale. Non è facile, perché il tipo di violenza che noi descriviamo non è immediatamente riconoscibile».
Una violenza ufficiale, che si dissimula benignamente per il suo contrario e per giudicare la quale non esiste ancora giurisprudenza formale.

«Sapevano che questa decisione avrebbe portato a più morti, eppure è stata esplicitamente usata come fattore di deterrenza, per dissuadere i migranti dal tentare il viaggio. Se da un punto di vista morale e politico in generale questo mi sembra molto grave, da quello legale c’è ancora una discussione aperta. Noi puntiamo senz’altro a spingere anche questo aspetto, ma al momento non è ancora chiaro come o in quale ambito lo si potrà affrontare».
Il progetto che ha dato vita allo studio si chiama Forensic Oceanography, è nato già nel 2011 all’indomani delle cosiddette primavere arabe. Fa parte di un progetto più ampio detto Forensic Architecture, comprendente studiosi che lavorano non solo sull’emigrazione ma su episodi come l’attacco di Israele a Gaza, o sui diritti alla terra degli indios in Amazzonia. «Il nostro obiettivo era di dimostrare che queste persone sono forzate a prendere il mare perché non hanno accesso legale all’Unione europea. Abbiamo cominciato a studiare il caso della Left-to die boat: una barca lasciata andare alla deriva per 14 giorni, che causò più di 60 morti. Lì abbiamo fatto un primo lavoro di ricerca e di ricostruzione nel dettaglio, basato non solo sulle testimonianze dei sopravvissuti, ma anche vagliando una fonte molto vasta di dati tecnici come le tracce Ais (Automatic integrated systems), i sistemi che tracciano e definiscono la posizione delle navi commerciali», usando immagini satellitari e lavorando con un oceanografo per ricostruire la deriva della barca.
Pur biasimando la decisione di sospendere Mare nostrum, Pezzana non le risparmia le dovute critiche. «Anche durante Mare nostrum sono morte più di 3500 persone. C’è un pericolo fondamentale che nessuna missione di soccorso riuscirà ad eliminare. L’unico provvedimento che potrebbe porre fine a questa strage è semplicemente l’apertura di canali legali. Ora che abbiamo accertato che gli effetti di queste politiche sono nefasti su così vasta scala, l’unica soluzione deve essere riconoscere un diritto alla mobilità, soprattutto ora che la rotta balcanica è chiusa. L’Italia, come gli altri governi europei, dovrebbe fare di più: ha anche altre gravi responsabilità. Mare nostrum aveva mostrato un volto umanitario, ma poi la gente arrivava per essere lasciata in un sistema assolutamente delirante che spesso viola anche i più elementari diritti, con l’unica attenuante della condotta virtuosa di poche istituzioni locali».



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