FMI

Nascosti 7.600 miliardi così anche i fondi per i poveri finiscono nei paradisi fiscali

Oxfam ha calcolato che le cinquanta più grandi compagnie Usa, tra il 2008 e il 2014, hanno messo al riparo oltre 1000 miliardi di dollari e hanno usato più di 1600 filiali in paradisi fiscali per evitare di pagare miliardi di dollari di tasse

ELENA POLIDORI, la Repubblica • 18/4/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 811 Viste

WASHINGTON Denuncia di Oxfam davanti ai microfoni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Parcheggiati in società offshore vi sono 7,6 trilioni di dollari, cioè circa 7600 miliardi. Una cifra enorme, pari grosso modo al Pil di Germania, Francia e Spagna messe insieme. E quel che è peggio, anche le risorse distribuite dalle istituzioni internazionali sono finite nei paradisi fiscali. «Di 68 società che hanno ricevuto fondi, 51 utilizzano i paradisi fiscali», spiega Winnie Byanyima, uno dei responsabili di questa organizzazione no profit, durante un seminario del Fmi sui problemi fiscali, presente anche il numero uno del Fondo, Christine Lagarde. Il fenomeno, secondo Oxfam è tanto più grave perché sottrae risorse preziose alla lotta alla povertà e al sostegno dei migranti.

Secondo questi calcoli, resi più urgenti dopo lo scandalo dei Panama Papers che ha già provocato conseguenze politiche serie in diversi paesi, Inghilterra e Spagna in testa, oltre tre quarti delle società che beneficiano delle risorse delle istituzioni internazionali per progetti di sviluppo in Africa e nel sud del mondo finiscono per ricorrere ai paradisi fiscali. In questo modo, massimizzano i profitti e sottraggono appunto risorse decisive. Nello studio si calcola che nel 2015 a mettere in pratica schemi di elusione attraverso paesi con regimi fiscali particolarmente vantaggiosi siano state appunto 51 società su 68.

Da quel che si è potuto apprendere, i ricercatori di Oxfam si sono concentrati sui prestiti erogati nel quadro di un programma denominato international finance corporations (Ifc). Stando alla ricerca, tra il 2010 e il 2015 il volume di investimenti a beneficio di società che utilizzano paradisi fiscali è più che raddoppiato, passando da un miliardo e 200 milioni di dollari a due miliardi e 870 milioni. Nello studio si evidenzia che nel 40% dei casi le pratiche elusive coinvolgevano i paradisi dell’oceano indiano. Da qui, i fondi sarebbero spesso ritornati nei paesi africani sotto forma di investimenti esteri diretti, in modo da beneficiare di esenzioni o aliquote di estremo vantaggio.

Da tempo Oxfam si occupa del mondo opaco delle società offshore, nato e cresciuto proprio per svilupparsi nell’ombra e dunque difficile anche da quantificare. L’attenzione internazionale su questi problemi però ha subito una netta accelerazione dopo lo scandalo dei Panama Papers. Così già l’altro giorno, approfittando della presenza a Washington dei ministri e dei governatori di mezzo mondo, Oxfam ha diffuso altri dati significativi. Ha calcolato per esempio che le cinquanta più grandi compagnie Usa, tra il 2008 e il 2014, hanno messo al riparo oltre 1000 miliardi di dollari e hanno usato più di 1600 filiali in paradisi fiscali per evitare di pagare miliardi di dollari di tasse ogni anno. Secondo questa indagine, l’evasione e l’elusione fiscale costa agli Usa 100 miliardi di dollari ogni anno, un gap che un contribuente americano medio deve coprire con un extra di 760 dollari. Oxfam rileva anche che queste stesse “top companies” usa ricevono aiuti federali e garanzie sui prestiti. Circa 27 dollari in prestiti per ogni euro pagato come tassa federale. A fronte di profitti per circa 4000 miliardi di dollari, sempre nel periodo che va dal 2008 e al 2014, hanno pagato un indice fiscale effettivo medio del 26,5%, al di sotto di quello medio di un lavoratore americano (31,5%).

Ora si scopre però che in paradisi fiscali finiscono anche le risorse provenienti dalle grandi istituzioni. E per la prima volta Byanyima fa la sua denuncia, proprio a Washington. La replica della Lagarde è affidata al lancio, domani, di una task force a tre Fondo-Banca mondiale-Ocse destinata, nelle intenzioni, ad assicurare più trasparenza. Sempre a Washington, durante il summit, i ministri di Italia, Germania, Francia, Spagna e Inghilterra hanno scritto una lettera ai colleghi del G20 perché si impegnino ad accelerare al massimo la lotta ai paradisi fiscali, attraverso lo scambio serrato di informazioni, così da risalire ai beneficiari effettivi delle società offshore. Il segretario dell’Ocse Gurria ha detto di aver ricevuto promesse di collaborazione anche da Panama.

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