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Il petrolio, le armi e la globalizzazione delle tangenti

Scandalo Unaoil e dintorni. A livello internazionale il settore petrolifero, quello delle costruzioni (dighe, ponti, strade) e quello militare, sono notoriamente investiti almeno da molti decenni da vasti fenomeni corruttivi

Vincenzo Comito, il manifesto • 1/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Politica & Istituzioni • 1293 Viste

La notizia di queste ore è quella che una società monegasca, la Unaoil, controllata dalla famiglia Ahsani, di origine iraniana, assicurava delle commesse nel settore dell’Oil & Gas a molte imprese di paesi occidentali ed orientali mediante il versamento di tangenti. I paesi di localizzazione delle stesse sono molti e vanno dall’Iraq all’Iran, alla Libia, al Kuwait, al Kazakhstan.

L’Unaoil smentisce l’esistenza di fenomeni corruttivi, affermando che si trattava di normali intermediazioni commerciali e anche molte delle imprese e delle persone tirate in ballo smentiscono il loro coinvolgimento.

Noi naturalmente non conosciamo la verità dei fatti che sono apparentemente emersi da una inchiesta effettuata dai giornalisti di Huffington Post e di Fairfax Media. Ma che nel settore circolino molte tangenti è cosa di conoscenza comune.

Anzi, a livello internazionale, il settore petrolifero, quello delle costruzioni (dighe, ponti, strade) e quello militare, sono notoriamente investiti almeno da molti decenni da vasti fenomeni corruttivi e appare certamente molto difficile vincere dei lavori in certi paesi senza passare da qualche intermediario.

Sembra che le percentuali più elevate vengano pagate nel campo delle forniture militari, che presentano in genere dei margini più interessanti, anche se quello dell’energia fa certamente la sua bella figura in questa classifica. Il livello delle tangenti varia poi, anche notevolmente, da paese a paese e sono note le percentuali standard da pagare per ogni tipo di affare.

Si sa, ad esempio, che tradizionalmente in Libia bisognava versare più soldi che, poniamo, in Siria. Sembra poi che le entrate vadano in certi casi alla coalizione che governa un paese, in altri invece a singoli uomini di potere (ministri e sottosegretari, funzionari, amanti).

Le società intermediatrici di solito sono collocate in Stati in cui è facile muoversi (ad esempio, in Europa, a Monaco, in qualche città svizzera, nel Lussemburgo). Esse, di solito formalmente gestite da una persona o da una famiglia, sono poi in realtà compartecipate da soci occulti dei vari paesi interessati.

Tutto questo ci ricorda, più in generale, come opera e riesce a crescere e a guadagnare dei soldi una fetta consistente del business mondiale.

È soprattutto il settore delle forniture all’industria dell’Oil & Gas che sembra interessato alla vicenda. Bisogna ricordare che esso lavora con un alto livello di decentramento produttivo, affidando ad imprese terze attività quali la costruzione degli oleodotti, quella delle piattaforme, il trasporto del carburante via mare, l’esplorazione dei nuovi pozzi, i programmi informatici e così via e che i progetti nel settore sono a volte di dimensioni molti importanti, sino a diverse decine di miliardi di dollari; sono così presenti nel comparto imprese di grande rilievo, tra cui la nostra Saipem, che pure non è tra le più grandi.

Se leggiamo l’elenco delle imprese toccate dallo scandalo troviamo delle vecchie conoscenze, dalla Halliburton, l’azienda di servizi cui era interessato l’ex-vice presidente Usa Cheney e che risultò a suo tempo impastoiata nelle vicende della guerra all’Iraq, la già citata Saipem, che si è trovata altre volte coinvolta in fatti di questo genere, la Rolls-Royce, le tedesche Man Turbo e Siemens (un altro episodio che contribuisce a demolire l’immagine di serietà delle imprese di quel paese), la cinese Sinopec e così via.

Siamo alla globalizzazione delle mazzette.

Lo scandalo appare in qualche modo insolito non tanto per le dimensioni degli affari ma per il largo numero di entità coinvolte.

Bisogna comunque ricordare che, mentre va apprezzata la capacità investigativa dei giornalisti che hanno fatto lo scoop, appare plausibile che esso sia stato molto agevolato da qualche «gola profonda» che non era molto contenta di come si stavano svolgendo le cose; probabilmente non per scrupolo morale, ma perché forse non aveva ricevuto una fetta adeguata della torta.

Ricordiamo come anche in Italia la vicenda «mani pulite» fu portata avanti da bravi magistrati ma essi furono messi sulla pista giusta da una moglie tradita.

Una cosa simile è accaduta qualche anno fa con le vicende della Finmeccanica.

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One Response to Il petrolio, le armi e la globalizzazione delle tangenti

  1. silvana quercini ha detto:

    insomma,come dire che “tutto il mondo è paese” e che nel nostro piccolo ci diamo daffare x non occupare gli ultimi posti in classifica,come accade spesso quando la corsa è x raggiungere il benessere degl’italiani( qui ci distinguiamo costantemente nell’indossare la maglia nera) silvana

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