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Ravenna, la capitale delle trivelle divisa tra business e voglia di riscatto

Adriatico. In molti ricordano la tragedia del 1965, quando tre tecnici morirono per l’incendio di una piattaforma

Ernesto Milanesi, il manifesto • 14/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 660 Viste

RAVENNA L’impresa ambientale e la solita voce roca. L’ultima spiaggia del lido Dante e la «democrazia del lavoro». Le urne di domenica e la corsa alla fascia tricolore.

Ravenna, 158 mila abitanti, «capitale» della Romagna che ha perso la gara con Matera come «capitale europea della cultura 2019» si consola con un 2016 all’insegna dello sport. Galleggia sempre fra i fasti della storia, il turismo balneare, il rimpianto di Serafino Ferruzzi e del cardinal Tonini. Coltiva il campus decentrato dell’Alma Mater (16 corsi e 3.600 studenti) e da un paio d’anni fa i conti con i ciellini della Compagnia delle Opere, anche se la storica Coop Muratori e cementisti resta inarrivabile con oltre un miliardo di fatturato e 8 mila dipendenti.
Qui le trivelle sono davvero un incubo, fin dal 29 settembre 1965. La piattaforma Paguro dell’Agip prese fuoco: nell’inferno morirono i tecnici Pietro Peri, Arturo Biagini e Bernardo Gervasoni e l’inabissamento della struttura costò quasi 4 miliardi di risarcimenti all’Eni. Oggi a largo di Marina di Ravenna si contano 29 pozzi estrattivi: «Agostino B» è stata assaltata da Greenpeace a fine marzo con gli striscioni «Stop trivelle» e «Vota Sì». La piattaforma «Angela Angelina» in concessione fino al 2027, invece, erode la spiaggia formato famiglie dedicata al sommo poeta: all’Eni è già arrivata la richiesta del consiglio comunale di rivedere gli accordi per poter tutelare dune, pineta e sabbia.
Ma sull’altro piatto della bilancia pesa sempre il «modello di sviluppo» interpretato dall’Associazione contrattisti oil gas offshore (Roca) che contabilizza 6.700 posti di lavoro, 2 miliardi di fatturato, un indotto da 215 milioni. Il referendum? «Ingannevole: il parlamento, purtroppo, ha già vietato le trivellazioni entro le 12 miglia. Si vuole solo interrompere la produzione». È la linea dura che punta sull’astensionismo di massa.
In alternativa, rispunta l’ex governatore Vasco Errani: «Voterò No perché nei fatti la chiusura degli impianti a giacimenti non esauriti produrrebbe un danno oggettivo per la mancata produzione disponibile che aumenterebbe ulteriormente la dipendenza energetica dall’estero, per la rinuncia delle royalties e anche dal punto di vista ambientale si rischierebbe di produrre più problemi che vantaggi». È la stessa tesi di Bersani condivisa anche dal sindaco di Bologna, Virginio Merola.
Del resto, nell’alto Adriatico le trivellazioni si concentrano in Emilia Romagna. Soltanto a Ravenna la Capitaneria di porto ne censisce 23 con «Ivana A» che sconfina addirittura nelle acque croate e «Angela Claster» a soli 1,5 chilometri dalla costa. Le offerte di lavoro nell’offshore sono a getto continuo, a dispetto della crisi. Ormai sembra rimossa dalla memoria la tragedia del 13 marzo 1987 con 13 operai morti durante la manutenzione straordinaria della motonave gassiera Elisabetta Montanari.
Controlli sull’inquinamento indotto dalle trivelle? «Nelle piattaforme estrattive crescono e vengono raccolti mitili destinati al consumo sulle nostre tavole. L’Asl di Ravenna nel 2015 ha effettuato controlli su 18 campioni nel periodo che va da giugno a settembre. Si tratta di verifiche che riguardano perlopiù la presenza di metalli pesanti ma che solo in 4 casi, in pratica il 13%, hanno avuto come obiettivo quello di accertare un’eventuale presenza di idrocarburi e metalli pesanti nei molluschi» segnalano nella loro interrogazione i consiglieri regionali M5S Giulia Gibertoni ed Andrea Bertani.
A Ravenna, per altro, proprio i grillini sono stati protagonisti di una clamorosa diserzione alle Comunali. Michela Guerra e i candidati, pur vincenti nella consultazione on line, sono stati azzerati dai vertici del M5S che fra Roma e Milano hanno “congelato” il simbolo. Così sulla scheda di giugno Guerra & C saranno presenti come lista civica…
E non sarà la sola alternativa al Pd. Raffaella Sutter guida «Ravenna in Comune», 16 uomini e altrettante donne con età media 40 anni, esponenti delle associazioni che s’impegnano soprattutto «nel contrasto ad ogni forma di illegalità». I portavoce Dora Casalino e Massimo Manzoli dichiarano con orgoglio di non avere esperienze di partito.
Il centrodestra si affida a Massimiliano Alberghini (sponsorizzato da Salvini) con la coalizione Lega, Lista per Ravenna e Forza Italia che annusa l’opportunità di poter giocare la sfida fino in fondo.
Per il Pd queste elezioni assomigliano ad un calvario. Archiviato il decennio di Fabrizio Matteucci che al primo turno chiudeva i conti senza troppi problemi, l’erede designato era l’assessore ai lavori pubblici Enrico Liverani: è morto, a 39 anni, lo scorso novembre in un incidente stradale. Vecchi ulivisti e nuovi renziani, ex Ds e «nativi democrats» si sono ritrovati spalle al muro nella consultazione interna che alla fine ha designato all’unanimità il segretario provinciale che fa l’assessore al turismo, ma a Cervia.
Michele de Pascale è stato benedetto alla prima uscita come candidato sindaco dal sottosegretario Luca Lotti. E domenica che farà? «Non parteciperò a una conta tra sì e no al metano che riproduce una contrapposizione sbagliata tra fautori del lavoro e dello sviluppo e fautori dell’ambiente. Continuerò a battermi per una buona politica in campo energetico». Nella maratona per la fascia tricolore, invece, conta sulla testimonial Erica Liverani (la vincitrice di Masterchef) e sulla tradizionale vocazione del «sistema Ravenna». Questa volta basterà davvero a convincere?

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