Renzi

Renzi e le pari «inopportunità»

Governo. Il premier da Washington prova a schivare lo scandalo: «È solo una telefonata inopportuna, quella misura era sacrosanta». Ma fu respinta da Realacci (Pd) e passò solo grazie a Bosch

Andrea Colombo, il manifesto • 2/4/2016 • Copertina, Politica & Istituzioni • 499 Viste

Rovesciare il quadro, trasformando la figuraccia torbida in prova di trasparenza. Puntare sulle proprie innegabili doti di imbonitore e sull’asservimento quasi totale dei media per mutare una sconfitta cocente in vittoria almeno sul piano dell’immagine. Questa è la missione di Matteo Renzi a cui va riconosciuto, almeno in questo, un pronunciato talento naturale. Nelle parole del premier da Washington, complice un riferimento fellone al caso della ministra Cancellieri, Federica Guidi passa da ministra pizzicata mentre favoriva il fidanzato in scintillante martire della trasparenza: «Non ha commesso nessun tipo di reato o di illecito ma ha fatto una telefonata inopportuna, e se prima per telefonate inopportune non ci si dimetteva, ora ci si dimette. L’Italia non è più quella di una volta».

Per il premier colpevole è solo la telefonata, non l’emendamento inquinato dal conflitto di interessi: «È un provvedimento giusto, perché porta posti di lavoro. Una cosa sacrosanta». E naturalmente nessunissima ombra su “Mariaele”: «È naturale che il ministro dei Rapporti con il Parlamento firmi un emendamento del governo». Lei conferma, più proterva che orgogliosa: «Lo rifirmerei domani mattina».

Come al solito, quella di Renzi è una verità addomesticata. L’ex ministra Guidi, per la cui sostituzione bisognerà attendere l’esito della trattativa con i centristi, non deve rispondere di una telefonata leggerina ma del sospetto fortissimo di aver brigato per avvantaggiare Total e, incidentalmente, anche il fidanzato. Il provvedimento «sacrosanto» in verità era stato bloccato alla camera non dall’M5S, che se ne è indebitamente vantato, ma dal deputato di Sel Filiberto Zaratti e dal presidente della commissione Ambiente Ermete Realacci, Pd, che lo aveva effettivamente considerato inammissibile. Il semaforo verde della potentissima Boschi era tanto poco dovuto che, nell’intercettazione incriminata, Guidi lasciava chiaramente intendere che l’esito dell’operazione dipendeva proprio dal suo consenso.

La bugia più clamorosa sta però nel vantarsi di aver cambiato alcuni pessimi costumi. I quali, al contrario, mai si erano affermati tanto imperiosamente come con questo governo: dal nepotismo al conflitto di interessi, passando per i favori resi ad amici e sostenitori. Il marchio degli interessi confliggenti Federica Guidi lo portava stampato in fronte dall’attimo stesso della nomina a ministro dello Sviluppo, essendo la Ducati Energia «azienda di famiglia». Sul Foglio di ieri campeggiava una lettera a tutta pagina firmata dal presidente della commissione Industria del senato Mucchetti, Pd, con un elenco impressionante di misure a vantaggio dell’Enel. Senza contare le banche più o meno di famiglia, i dubbi di insider trading a favore degli amici, i sottosegretariati come quello del patron del Care di Mineo Castiglione, che chiamarlo discutibile è understatement da oscar…

Tutte le opposizioni ripetono che non si può considerare chiusa la faccenda con le dimissioni della Guidi, imposte con massima tempestività proprio per evitare che nella tempesta finisse l’intero esecutivo e in particolare la perla Boschi. Poi però per quasi tutti prevale la tentazione di privilegiare l’effetto propagandistico a breve. Di Maio annuncia la mozione di sfiducia contro tutto il governo, che verrà presentata martedì al Senato, e invita tutti, minoranza Pd inclusa, a votarla. La Lega contropone una mozione comune, e i pentastellati s’indignano: «Ma fatevi un selfie!». Sinistra italiana promette che i suoi voti per la sfiducia non mancheranno. Fi, nonostante l’iniziale difesa della Guidi da parte di Berlusconi, si accoda. Alla fine di mozioni di sfiducia rischiano di essercene almeno tre.

La minoranza del Pd non accoglie ovviamente l’appello di Di Maio. «Non siamo contro il governo», declama Speranza e non c’era bisogno di chiarirlo. Però i voti di Verdini, ormai stabilmente in maggioranza e in lista d’attesa per qualche poltrona dopo il referendum autunnale, saranno ugualmente essenziali. Niente paura: la battagliera minoranza del Pd ingoierà anche questa.

E tuttavia un certo palese nervosismo nelle file del partitone serpeggia. La prova è la reazione al blog in cui Grillo accusa il governo di aver fatto gli interessi di Total (guarda un po’ tu cosa va a immaginare) e afferma che governo e partiti di maggioranza sapevano. Per essere il ruggente Beppe non è neppure fragoroso, ma il tesoriere del Pd Bonifazi annuncia la querela: «Ci vediamo in tribunale, caro pregiudicato Grillo». Quando si comincia a perdere il controllo dei nervi non è mai un buon segno.

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