Libia

Tripoli. Fuochi di festa. Ma il premier èchiuso nella fortezza

Il leader voluto dall’Onu, appena sbarcato, fa distribuire caramelle. Bandiere bianche in piazza. «Pensavamo peggio» Ma i fucili in strada restano

redazione • 1/4/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 624 Viste

Bandiera bianca. Dieci, cento, quante ne volete. Sulla piazza sventolano i tricolori della Libia e i drappi di chi s’arrende. O di chi chiede solo un po’ di pace. «Benvenuto amico governo!», esultano cartelli scritti con cura, tutti uguali. E poi: «Serraj mi rappresenta». All’angolo dov’era il tendone dei Fratelli musulmani, che mercoledì sera i miliziani di Misurata sono venuti a bruciare, c’è il segno nero del fuoco e al suo posto una scritta: «La terra di Libia ai libici». Il vecchio Omar Shima, 63 anni, dimenticato campione nazionale dei welter, mostra sul cellulare la foto di quando se la batteva sul ring e ancora incrocia i pugni senza guantoni: «Provino a cacciare Serraj, se la vedranno con me!».

Il buongiorno si vede dal tramonto e la prima del nuovo premier sembra quasi una buona serata. Il Quisling mandato dai killer internazionali, come lo liquida la Fratellanza musulmana? L’intruso che i nemici vogliono spedire in galera o a Tunisi da dov’è arrivato mercoledì, come lo minaccia il premier islamista Ghwell? Sulla Piazza dei Martiri c’è un’aria di festa forzata. Si sparano solo fuochi d’artificio neri, verdi, rossi. Le grida già celebrano chi ha sfidato le pallottole, sbarcando dal mare e sobbarcandosi questa grana. Hanno messo una foto del giovane Hawis Huela, morto un mese fa a Bengasi, e vicino quella di Serraj: più che un malaugurio, un pantheon.

Il nuovo governo sta laggiù in fondo a via Al Sikka, due chilometri dalla piazza. Serraj se ne sta rinserrato nella base navale, un lungo muro di cinta, otto pick-up Toyota di guardia all’ingresso con la contraerea puntata al cielo. Il premier galleggiante non esce, non si mostra. Non ancora. La sicurezza la fanno corpi speciali inglesi, invisibili. La parola la prendono i ministri, ma solo via Facebook: mettono una lista di 17 nomi sul profilo — da Ghwell al capo del Parlamento tripolino Nouri Abu Sahmain, al mufti Al Sadeq Al Ghariyani, tutti postati con un “wanted” — e sotto minacciano di denunciarli per terrorismo all’Interpol, «se continueranno a impedire la nostra transizione democratica». Serraj dirige l’operazione simpatia, concordata in questi mesi d’attesa assieme ai consiglieri dell’inviato Onu: una manifestazione di piazza il primo giorno, un’altra questo di venerdì di preghiera, comizi per gli adulti e caramelle ai bambini, molta polizia per le strade a evitare che si ripetano gli scontri di mercoledì notte.

Sotto il guanto di velluto, anche qualche colpo da pugile: mercoledì notte, un gruppo di «cittadini infuriati» (in realtà, uomini armati) s’è presentato alla tv filoislamista Nabaa, di proprietà dell’ex jihadista arricchito Abdel Hakim Belhaj che possiede anche linee aeree e supermercati, e ha ordinato di sospendere le trasmissioni. L’antenna è famosa per la sua propaganda smaccata, l’ordine perentorio è stato di mandare in onda un monoscopio, «la gente è stanca di chi incita all’illegalità».

A Tripoli si fanno tacere le armi, a Istanbul si negozia con tutti i partiti. Caccia al consenso: «Le reazioni sono migliori di quanto sperassimo», dicono dallo staff del premier, ma nessuno osa sperare troppo. «Gli islamisti di Alba libica hanno scelto per queste ore il basso profilo — dice una fonte della Fratellanza —, nessuna azione a parte le parole di Ghwell, ma si stanno solo riorganizzando». Qualcosa accadrà: nell’incertezza, molte famiglie tengono i bambini a casa da scuola; il dollaro è precipitato e al mercato non s’è visto quasi nessuno; a Misurata, due navi piene d’armi sono esplose nel porto; perfino qualche peschereccio non è uscito, sapendo che i tripolini non vanno mai a mangiare nei ristoranti, quando c’è questo clima. Anche negli uffici statali molti islamisti non si sono presentati al lavoro: «Vado a Misurata perché ho degli amici da salutare», è la bugia telefonica d’un funzionario.

L’aeroporto di Mitiga, chiuso per tre giorni, ostenta calma. Qui si cannoneggia ogni settimana: ora hanno messo metri di bandierine libiche a salutare non si sa bene se il Serraj arrivato col gommone o il Ghwell ancorato alla poltrona, un poliziotto finge severità con una divisa allacciata alla bell’e meglio, non riuscendo a nascondere la t-shirt «You can’t stop me». Lo si dice anche della storia, quando si volta pagina: il primo giorno è solo cronaca, domani boh.

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