Un modello di carcere contro il populismo penale

Chissà se il Ministro Orlando avesse in mente una situazione pre-rivoluzionaria, come quella che indusse Luigi XVI a convocare gli Stati generali della Monarchia francese nel 1789. Certo è che una simile consultazione, da parte istituzionale, non c’è mai stata nell’esperienza italiana: circa duecento persone, rappresentative di pratiche e culture diverse, distribuite in diciotto tavoli di lavoro, per dare una prospettiva all’esecuzione penale in Italia. Non fu così nel 1975, quando l’ordinamento penitenziario fu costituzionalizzato, né nel 1986, quando – con la legge Gozzini – se ne tentò il rilancio dopo le chiusure della emergenza terrorismo.

Oggi, come allora, l’intento dichiarato è quello di muovere nella prospettiva della costituzionalizzazione della pena e della decarcerizzazione. L’urgenza è stata data dalla Corte europea dei diritti umani: una sentenza-pilota ha guidato le mosse del Governo affinchè l’Italia uscisse dall’aperta illegalità delle condizioni di detenzione riscontrate tra il 2009 e il 2013. È seguita una intensa attività legislativa e amministrativa orientata a ridurre la popolazione detenuta e a potenziare l’esecuzione penale esterna. Raggiunti gli obiettivi imposti dal Consiglio d’Europa, giustamente il Governo ha cercato una linea di indirizzo che potesse consolidare il nuovo equilibrio tra carcere e misure alternative alla detenzione. Da qui gli Stati generali, i cui lavori conclusivi si sono aperti ieri nel carcere romano di Rebibbia.

Pendente è una delega al Governo, attualmente all’esame del Senato, per riformare integralmente l’ordinamento penitenziario. Se verrà approvata, come si dice con espressione abusata, «bisognerà riempirla di contenuti». Con questo mandato hanno lavorato i diciotto tavoli, nella gran parte orientati alla decarcerizzazione o a una pena detentiva più dignitosa, in un trasparente connubio tra i critici del carcere e i fautori della pena rieducativa. Ora le carte sono in tavola, le proposte sono nero su bianco e tocca all’autorità politica farle fruttare. Anche se qualche tavolo non intende smobilitare, gli Stati generali non si trasformeranno in Assemblea nazionale: nessuna Pallacorda è dietro l’angolo del teatro di Rebibbia. Dietro l’angolo piuttosto, e purtroppo, c’è il solito vecchio demone che ha fatto esplodere le carceri italiane nel ventennio passato: l’uso populistico della pena e del carcere, ultima riserva simbolica di una politica apparentemente priva di altri strumenti di governo della sofferenza sociale.

Ancora ieri il Ministro Orlando se ne è mostrato consapevole, quando ha chiamato in causa quel convitato di pietra pronto ad alzare barricate contro ogni forma di depenalizzazione e di alternativa al carcere. Lo abbiamo visto all’opera non più di qualche giorno fa, quando una giovane donna dall’ammirevole percorso penale è stata richiusa in carcere perché sulla sua pagina Facebook comparivano foto non consone al suo status di colpevole e penitente. Sotto i colpi del populismo penale, politica e magistratura hanno oscillato pericolosamente, assecondando gli umori peggiori. Se non per fare passi in avanti, speriamo allora che le elaborazioni degli Stati generali servano almeno a questo: a non fare passi indietro, a partire dalla soluzione di singolarissimi e concretissimi casi come quello di Doina Matei.



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