Matteo Renzi

Ecco il derby costituzionale

Renzi a Firenze lancia «diecimila comitati per il sì al referendum». E insiste nel plebiscito: voi aiutatemi, ma io andrò in tv. E se perdo lascio

Andrea Fabozzi, il manifesto • 3/5/2016 • Copertina, Politica & Istituzioni • 659 Viste

Riforma. Un assaggio della strategia del presidente del Consiglio verso la «sfida» di ottobre. «L’Italia che dice sì contro quella che sa solo dire no». Testimonial un partigiano, smentito dall’Anpi.

«Sinceramente, avevamo due ore libere». Il teatro è piccolo ed è pieno, c’è gente rimasta fuori, anche gente che contesta (i truffati di Banca Etruria); è la prima tappa della campagna referendaria ma è solo un antipasto: tra due settimane partirà la formazione dei comitati per il sì al referendum costituzionale di ottobre. «Ne voglio almeno 10mila, con dentro da 10 a 50 cittadini, sarà una campagna gigantesca strada per strada, casa per casa, porta a porta», dice Matteo Renzi a Firenze, al teatro Niccolini, mentre aspetta di incontrare il premier giapponese Abe. Il primo boccone della campagna di ottobre è giusto un assaggio della strategia renziana, che sarà pure studiata con il super consulente americano ma non si distingue troppo dalla retorica abituale. Si comincia con uno slogan breve, che diventa subito un hashtag: L’Italia che dice sì.
La versione completa è: «A ottobre saremo davanti a un bivio, da una parte l’Italia che dice sì, dall’altra quella che sa solo dire no». Quella che sa solo dire sì non è prevista, è richiesta invece la «collaborazione» (questa è parola che aggiunge, da Roma, la ministra Boschi) dei cittadini. I cittadini dei comitati del sì, ed è subito gara a chi interpreterà meglio il desideri del leader, con la Toscana, casa sua, che promette «almeno 500 comitati» (che a pensarci dovrebbe essere la quota media di ognuna delle 20 regioni per arrivare a 10mila, forse dovranno fare di più). E i cittadini tutti, quelli che dovranno andare a votare, questa volta nessun appello all’astensione, anzi (non c’è quorum). «Abbiamo scelto di andare a vedere cosa dice la gente», è ancora la versione del presidente del Consiglio. Che non ha chiesto né può chiedere il referendum, ma lo subisce in quanto la legge di riforma non ha ottenuto il voto dei tre quinti dei deputati e dei senatori negli ultimi passaggi.

«Non vorrei annoiarvi, ma ogni tanto mi viene voglia di parlare del merito della riforma», confessa a un tratto Matteo Renzi, illuminando per l’ennesima volta il genere di campagna che ha in mente. Del resto quando parla di «merito» lo fa per ripetere che la riforma «taglia i costi e le poltrone» e «semplifica», tutto qui. Poi aggiunge: «Non c’è stata nessuna forzatura, la legge costituzionale è stata approvata in sei letture», che però – annoiando un attimo con la procedura di revisione costituzionale – sono il minimo se si vuole cambiare anche una virgola tra il primo e il secondo passaggio tra le due camere. In questo caso sono stati proprio il governo e la maggioranza a voler cambiare. «Le ultime letture sono state fatte tutte con la maggioranza assoluta», rivendica il presidente del Consiglio. Ma non dice che era impossibile altrimenti: senza la maggioranza assoluta semplicemente non ci poteva essere riforma perché la Costituzione così prevede.
Lanciata a marzo – «chi vota no lo fa solo per odio verso di me» – negata ad aprile – «non sono io che ho proposto un plebiscito su di me» – la personalizzazione della campagna referendaria non è evidentemente in discussione. Tant’è che se il presidente del Consiglio chiede aiuto per «convincere i parenti, parlare con gli amici», il grosso del lavoro lo farà comunque lui: «Andrò in televisione, girerò per il paese». E, comunque, il suo destino resta sul piatto: «Se non riesco vado a casa, la rottamazione non vale solo quando si voleva noi».

Il colpo a effetto però è un altro. Se la «sfida» è tra chi vuole «entrare nel futuro» e chi vuole «conservare tutto così» – «il derby», rilancia un senatore tra i più renziani – il segretario del Pd può arruolare nella squadra del sì il partigiano Silvano Sarti, 91 anni, presidente onorario dell’Anpi fiorentina. È seduto in prima fila ed è «la migliore risposta a chi dice che stiamo tradendo la Costituzione». Finita la festa, però, presidente e segretario dell’Anpi di Firenze precisano che la posizione dell’associazione provinciale sulle riforme è la stessa dell’Anpi nazionale: voteranno no al referendum. L’episodio in effetti non è inedito. Anche due anni fa, quando lanciò la prima versione della sua riforma costituzionale, Renzi la difese dalle critiche dei partigiani rivendicano la sua iscrizione all’Anpi. Che, formalmente, non risultava: era scaduta da anni e mai rinnovata. Proprio Sarti, però, riconobbe all’ex sindaco di Firenze una tessera onoraria, ringraziamento per aver aiutato a trovare una sede, in piazza Tasso. Dalla parte del presidente del Consiglio – «dinamico» – e della riforma costituzionale – «basta con il bicameralismo» – si era più recentemente schierato Emanuele Filiberto di Savoia. Con un’intervista assai meno notata del contestato e rinnegato tweet del primo maggio, quello sui «parassiti partigiani».

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