Grecia

«Il 95% degli aiuti alla Grecia per salvare le banche»

Grecia. Lo studio dell’European School of Management and Technology

Teodoro Andreadis Synghellakis, il manifesto • 5/5/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 921 Viste

È un ulteriore conferma di quanto sostenuto anche in passato, ma questa volta arriva per bocca tedesca. Secondo quanto calcolato in una ricerca della European School of Management and Technology di Berlino, i programmi di aiuti a sostegno della Grecia, nel 2010 e nel 2012, in realtà, hanno salvato principalmente le banche e gli investitori privati.

La ricerca in questione è stata ripresa dal quotidiano tedesco di economia e finanza Handelsblatt, il quale sottolinea che per la prima volta è stato fatto un calcolo così preciso, in riferimento ai primi due programmi di aiuti, per un ammontare complessivo di 215,9 miliardi di euro. Dallo studio risulta che nel bilancio dello Stato greco sono finiti solo 9,7 miliardi, cioè meno del 5% del totale della somma stanziata dai creditori di Atene. I restanti 86,9 miliardi, sono stati assorbiti da vecchi debiti: 52,3 miliardi per gli interessi, e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche. Il giornale non manca inoltre di mettere in dubbio l’efficacia dei programmi di aiuti, dal momento che sono serviti, principalmente, per versare cifre legate a debiti passati, e non ad aiutare fattivamente il paese a rialzarsi.

«I contribuenti europei hanno salvato gli investitori privati», ammette Jörg Rocholl, presidente dell’European School of Management and Technology, sentito dal quotidiano. Ma non è finita qui, Rocholl, che è anche consigliere del ministero delle Finanze tedesco, riconosce che «il pacchetto di aiuti è servito principalmente per salvare le banche europee».
Riguardo al salvataggio delle banche greche effettuato nel 2013, i dati che arrivano da Berlino mostrano che gli istituti di credito ellenici, nel frattempo, hanno perso in borsa il 98% del loro valore. Anche qui, quindi, qualcuno deve avere sbagliato a fare i calcoli sin dall’inizio.

Gli economisti che hanno realizzato la ricerca arrivano alla conclusione che sarebbe stato molto più vantaggioso ed efficace decidere subito, sin dal 2010, un taglio del debito di Atene, poiché si sarebbe potuto conoscere in modo molto più chiaro come sono state utilizzate le cifre stanziate e si sarebbe potuta evitare l’inutile tensione politica tra Atene e Berlino. Ma come scrive l’Handelsblatt, il governo tedesco, malgrado tutto ciò, insiste con la stessa linea.

Nel frattempo, continuano le trattative per quanto riguarda la possibile conclusione, da parte delle istituzioni creditrici, della valutazione dei «progressi» compiuti da Atene nell’applicazione di quanto pattuito la scorsa estate. Il nodo centrale, com’è noto, è rappresentato dalle clausole di salvaguardia richieste in particolare dall’Fmi, che dovrebbero portare a ulteriori tagli per 3,6 miliardi di euro, in caso non venisse centrato l’obiettivo dell’avanzo primario al 3,5% del Pil nel 2018.
Fonti europee riferivano, sino a ieri, che nell’Eurogruppo programmato per il 9 maggio, si potrebbe anche non arrivare a un accordo definitivo, con conseguenze deleterie per la Grecia, che si troverebbe a corto di liquidità entro fine mese, e senza prospettive immediate di un alleggerimento del suo debito pubblico.

Il governo Tsipras continua a proporre un adeguamento automatico, con tagli in tutti i ministeri, in caso di avanzo primario insoddisfacente. Ma l’esecutivo di Syriza ribadisce il proprio no a possibili, ulteriori riduzioni di stipendi e pensioni, come chiede il Fondo Monetario.

Gli ultimi dati diffusi da Eurostat prevedono, per la Grecia, un ritorno alla crescita del Pil nel secondo semestre dell’anno, e un tasso di sviluppo del 2,7% per il 2017. Tsipras farà leva su queste previsioni, chiedendo ai creditori di lavorare per sostenere la Grecia, e non per spingerla nel baratro.

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