Ttip, il trattato trita-tutto

Stop Ttip. Renzi, insieme al fedelissimo ministro all’agricoltura Maurizio Martina, nonostante i danni che l’Italia ne ricaverebbe, sembrano essere ormai gli «ultimi giapponesi» rimasti dentro la trincea degli interessi corporativi

Monica Di Sisto *, il manifesto • 7/5/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Europa, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Movimenti • 1054 Viste

Allo stato attuale del confronto, la Francia dice di no all’intesa. Perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura, della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici». Il presidente francese Francois Hollande ha scelto un convegno sulla sinistra al potere in occasione dell’ottantesimo compleanno del Fronte popolare per cantare le prime note della marcia funebre di quel trattato trita-regole che è il Ttip: l’ultimo piano di liberalizzazione selvaggia degli scambi e degli investimenti che da tre anni la Commissione Europea cerca di patteggiare con gran discrezione col ministero al Commercio Usa.

Un accordo che mette nello stesso calderone farmaci e scarpe, appalti e sanità, cultura e cibo, finanza, internet e mobili. Si perché sul tavolo dei negoziatori ci sono tasse e quote d’importazioni e esportazioni, ma soprattutto l’azzeramento o l’ammorbidimento di regole di produzione e distribuzione di migliaia di prodotti e servizi che popolano la nostra vita quotidiana, che ci danno da mangiare e da lavorare. Lo loro qualità e quantità verrebbe affidata a una pletora di Commissioni e Organismi transatlantici che il trattato si propone di istituire, e che opererebbero dal giorno dalla sua approvazione tra esperti e con riservatezza, senza che i nostri Parlamenti, Governi, Consigli comunali o Agenzie possano più influenzarli in alcun modo.

È la conferma più sinistra che è emersa dalla lettura delle 248 pagine di testi negoziali desecretate e rese pubbliche da Greenpeace: oltre i due terzi della sostanza del Ttip, dal quale molti protagonisti della politica internazionale compresi i candidati alla Casa Bianca Trump e Clinton si sono smarcati da tempo. Il premier italiano Renzi, con il fedelissimo ministro all’agricoltura Martina, invece, nonostante i danni economici, ambientali e sociali che l’Italia ne ricaverebbe, sembrano rimasti gli «ultimi giapponesi» dentro la trincea degli interessi corporativi. È per questo che come Campagna Stop Ttip Italia abbiamo scelto Roma per lanciare il nostro «no» al Trattato trita-regole, a una settimana dal prossimo Consiglio Europeo che il 13 maggio porterà i Governi dell’Unione a Confrontarsi sul Ttip, ma anche alla sua brutta copia in tono minore che abbiamo già sottoscritto col Canada, il Ceta, che il Parlamento europeo dovrebbe discutere e ratificare entro il prossimo autunno.

Uno dei capitoli più suggestivi del Ttip tra quelli trafugati da Greenpeace, infatti, è quello dedicato alla «Cooperazione regolatoria», che ritroviamo pari pari nel Ceta: ossia come Usa e Ue lavoreranno insieme per avere regole che, in ogni ambito della nostra vita quotidiana, non facciano problema al commercio transatlantico. La Commissione Ue, nella proposta che fa in nostro nome, offre agli Usa «da armonizzare» direttive e regolamenti, e tutti gli atti delegati, quindi il cuore normativo stesso dell’Ue a 28. Gli Usa, invece, ci propongono di discutere insieme solo regole e agenzie federali. Sempre l’Europa spiega che questa azione «transatlantica» si applicherebbe «sulle caratteristiche e procedure di una fornitura o per l’uso di un servizio in un territorio, come le autorizzazioni, le licenze, le qualificazioni o le quantificazioni» che abbiano un rilievo sul commercio o sul flusso di investimenti transatlantici.

Se volessimo introdurre una nuova regola – ed è sempre l’Europa a chiederlo – dovremmo prima svolgere una valutazione d’impatto e condividerne i contenuti tra le parti, permettendo all’altro e ai suoi «portatori di interesse» di commentare e eventualmente, se non contento, di chiedere modifiche, in un tempo «adeguato a materie così complesse». Se non sei d’accordo, soprattutto sui possibili costi di sicurezza, sociali o ambientali connessi alla regola, secondo gli Usa dovresti poter rivolgere alle autorità regolatorie del Ttip, una «petition», cioè una richiesta di modifica, producendo le tue ragioni. Le autorità dovrebbero pubblicarle, ma non sono chiamate a rispondere nel merito, tantomeno a prenderle seriamente in considerazione.
Si prende molto sul serio, invece, l’Organismo di cooperazione regolatoria , ennesima paraistituzione proposta dall’Ue, che servirebbe per far funzionare al meglio il tritatutto e riporterebbe all’Organismo ministeriale congiunto in cui Bruxelles e Washington sorveglierebbero il buon funzionamento dell’intero Ttip. Le parti, inoltre, attraverso il Programma annuale di Cooperazione Regolatoria, individuerebbero una lista di regole che fanno problema al commercio, per risolverle con l’unico criterio di un commercio più facile.
Sia l’Ue sia gli Usa, però, chiedono agli Stati o alle autorità nazionali o federali che vogliano introdurre una nuova legge, di produrre delle valutazioni scientifiche e di rischio prima anche solo di pensare di farla, una regola, che includano anche costi e benefici del non introdurla, e possibili alternative, anch’esse rigorosamente corredate di analisi a supporto. Gli Usa, per di più, chiedono che si faccia, prima di decidere, «una valutazione scientifica e tecnica, che spieghi come i dati sono stati costruiti» e che si metta a disposizione una persona fisica con recapiti e tutto responsabile del procedimento perché possa essere contattata e dare spiegazioni. Una sorta di stalking transatlantico autorizzato. Ogni autorità o istituzione con capacità regolatoria, poi, dovrebbe ospitare un «Focal point»: una «spia» del Ttip che avvisi l’altra parte ogni volta che l’istituzione di cui fa parte, voglia fare il suo mestiere: un po’ Matrix un po’ Borat . Visto che sono le regole, dunque, e non container e derrate l’obiettivo del Ttip, dalla piazza san Giovann ci riprendiamo il diritto di parlarne. Di dare alle persone, alle lavoratrici e ai lavoratori, a chi consuma e a chi produce, a chi studia e a chi investe, ma anche a chi ci amministra, il potere di dire che non siamo convinti, che la democrazia ci sta a cuore e la vogliamo partecipare anche nelle segrete stanze di trattati come il Ttip che non ci avevano proprio invitato, tantomeno previsto.

*vicepresidente dell’associazione Fairwatch, tra i portavoce della Campagna Stop Ttip Italia

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