No Triv

Ri-carica No triv: concessioni scadute

Trivellazioni. Prima grana per il neo ministro Calenda: «Illegittime 61 autorizzazioni»

Serena Giannico, il manifesto • 11/5/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 583 Viste

Tre di esse sono scadute e ancora attive anche se non sono mai state presentate istanze di proroga; 15 sono attive ma senza le necessarie autorizzazioni; 43 sembra potrebbero continuare ad esistere, anche senza proroghe dei permessi, grazie al governo Monti ma…. Sono complessivamente 61 concessioni oil & gas, in mare e in terra, in mano ai petrolieri, scadute, mai rinnovate e concretamente vigenti.

Ecco la prima grana, color greggio, per il nuovo ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.
La grana è data da 12 associazioni e movimenti ecologisti – Coordinamento No Triv, Associazione A Sud, MareVivo, Lipu, Italia che cambia, Forum Ambientalista, Cdca, Primalepersone, Fondazione Univerde, Adusbef, Comitato Abruzzese per la difesa dei Beni Comuni – che, a Roma, hanno presentato una diffida al Mise e al suo neo titolare a cui chiedono di dichiarare decaduta una serie di concessioni per l’estrazione di idrocarburi e di «intimare ai concessionari di provvedere alla chiusura dei pozzi esistenti e al ripristino ambientale dei siti, nonché all’abbandono del campo di attività». Nove concessioni ricadono entro le dodici miglia marine, sette oltre. E 45 sulla terraferma. «Abbiamo atteso la nomina del nuovo ministro per presentare questa iniziativa – dice Marica Di Pierri di ‘A sud’ -. I dati vengono dallo stesso Mise e sono pubblici. Si tratta di 61 concessioni, distribuite un po’ in tutt’Italia… ». Con le multinazionali che continuano ad operare, anche non avendone più diritto. «Non è una rappresaglia dopo la sconfitta referendaria – spiega Enzo Di Salvatore, costituzionalista e autore dei quesiti del recente referendum anti trivelle -. Qui parliamo di legalità e di legittimità».

Ma che viene contestato? Alcune concessioni sono scadute e nessuno mai si è preso la briga di provare a rinnovarle; per altre l’istanza di proroga è inammissibile perché presentata nel periodo di vigenza dello Sblocca Italia che aveva abrogato i vecchi titoli (permessi e concessioni) e la durata riferita agli stessi. E di conseguenza anche la disciplina delle proroghe. Riguardo alle 43 restanti? «Si applica sì una norma ad hoc del 2012, approvata dal Governo Monti, che proroga ex lege ed automaticamente le concessioni, ma essa è fortemente sospetta di illegittimità costituzionale. Il dubbio riguarda la violazione degli articoli 3, 97, 117 e 113 della Costituzione. In quest’ultimo caso, in particolare, il problema è dato dal fatto che, in assenza di un provvedimento amministrativo di proroga ad hoc, i cittadini, gli enti locali e le Regioni verrebbero privati della possibilità di ricorrere al Tar».
Enrico Gagliano del Coordinamento No Triv sottolinea: «Occorre verificare con urgenza lo stato di salute dei sistemi di controllo tecnico, legale-amministrativo e ambientale delle concessioni. Ci sono opacità e sintomi di irregolarità. Il sistema normativo è assolutamente insoddisfacente, pensato per interventi alla bisogna e questo apre spesso a soluzioni schizofreniche. Basti pensare al caso Vega di Edison: lo scorso novembre, dopo il giudizio positivo sull’impatto ambientale del progetto avutosi il 15 aprile 2015, il Mise ha concesso la proroga per «buona gestione del giacimento» fino al 2022. Eppure, il ministero dell’Ambiente si è poi costituito parte civile chiedendo un risarcimento di 69 milioni a Edison per aver iniettato illegalmente in un pozzo enormi quantità di rifiuti petroliferi tra il 1999 e il 2007, nell’ambito delle attività dela piattaforma Vega A. Tradotto: il ministero dell’Ambiente ti chiede un risarcimento milionario perché inquini, mentre il Mise ti fa continuare a estrarre per ‘buona condotta’. Per questo Gagliano chiede l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta che faccia luce sulla regolarità dei controlli dello Stato. Intanto la Trasunion Petroleum ha rinunciato spontaneamente a due permessi di ricerca, nel Canale di Sicilia e nel Golfo di Taranto, a seguito riperimetrazione delle aree entro le 12 miglia.

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