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Il reato di caporalato va esteso alle imprese

Il terzo rapporto Flai Cgil. Aumentano le ispezioni ma anche i braccianti sfruttati: in Italia sono ormai 430 mila

Antonio Sciotto, il manifesto • 14/5/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 1682 Viste

La Rete del lavoro di qualità non decolla: solo 300 le aziende iscritte. Il sindacato chiede nuove norme e più controlli. Il ministro dell’Agricoltura Martina: «Presto una legge contro le aziende colpevoli»

Si avvicina l’estate e a causa delle alte temperature i pericoli per chi lavora nei campi, spesso già in condizioni bestiali, si moltiplicano: l’anno scorso almeno quattro braccianti hanno perso la vita nei mesi più caldi, e da allora – se non altro – le ispezioni sono aumentate. Ma il fenomeno dello sfruttamento e del caporalato riguarda più persone rispetto al 2015 (almeno 30/50 mila in più), e il sindacato chiede di estendere la responsabilità penale di questo reato alle imprese: il ministro Maurizio Martina, ospite ieri alla presentazione del Terzo rapporto su agromafie e caporalato della Flai Cgil, ha detto di essere d’accordo sul punto: alle parole, però, adesso dovrebbero seguire i fatti.

Secondo il rapporto Flai sono almeno 430 mila i lavoratori – sia italiani che stranieri – vittime del caporalato, e circa 100 mila di loro vivono in condizione di grave sfruttamento e disagio abitativo (in capanne, container, tende spesso senza servizi igienici e riscaldamento, acqua corrente o elettricità). Come detto, risultano essere dai 30 mila ai 50 mila in più rispetto alla precedente rilevazione, ma si deve aggiungere che le ispezioni sono cresciute del 59% nell’ultimo anno, con questo esito: più del 56% degli addetti trovati nelle aziende agricole sono parzialmente o totalmente irregolari, 713 i fenomeni di caporalato registrati.

Il settore è ad alta infiltrazione mafiosa: le organizzazioni criminali non solo arrivano a controllare, in alcuni casi, lo stesso giro di caporali, ma sempre più spesso rilevano le imprese in difficoltà per ripulire i soldi. Il business dell’agromafia e del caporalato muove in Italia qualcosa come 14-17,5 miliardi di euro, ovviamente sporchi. Quasi il 50% dei beni sequestrati o confiscati alle mafie sono proprio terreni agricoli (30.526 su 68.194). Notevole anche il volume d’affari della contraffazione: quella agroalimentare costituisce il 16% del totale e vale un miliardo di euro. Pane, vino, carne e pesce i prodotti più esposti.

Le condizioni di lavoro dei braccianti non sono migliorate e sono paragonabili a uno stato di schiavitù: mancata applicazione dei contratti, un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno, inferiore del 50% rispetto a quanto previsto dai contratti, orari tra le 8 e le 12 ore di lavoro. E poi c’è il ricorso al cottimo, nonostante sia esplicitamente escluso dalle norme di settore, la violenza (nel caso di Ragusa emerso l’anno scorso, anche sessuale), il ricatto, la sottrazione dei documenti, l’imposizione di alloggio e altri beni di prima necessità, il trasporto effettuato dagli stessi caporali.

Alcuni passi avanti, spiega Ivana Galli, la nuova segretaria della Flai Cgil (eredita il posto che per otto anni è stato di Stefania Crogi), sono stati fatti, come l’istituzione della Rete per il lavoro agricolo di qualità: ma su un potenziale bacino di 100 mila aziende, risultano iscritte per ora appena 300.

C’è poi un disegno di legge in attesa di approvazione, per il momento fermo: «È il ddl governativo 2217 “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura” – spiega Galli – Ma mancano dei pezzi importanti e rimangono delle criticità: non è stato ancora calendarizzato in Aula e comunque crediamo che il testo definitivo debba prevedere quale requisito per le aziende che si iscrivono alla Rete lo stare in regola con l’applicazione dei contratti nazionali e dei contratti provinciali; piani per l’accoglienza dei lavoratori stagionali; confisca di quanto ottenuto attraverso sfruttamento e lavoro nero».

La richiesta politica più importante riguarda però l’estensione del reato di caporalato – il 603 bis, introdotto nel 2011 dopo le battaglie del sindacato – alle imprese che vi fanno ricorso. «Sono d’accordo con voi – ha spiegato il ministro dell’Àgricoltura Martina, rivolgendosi a Ivana Galli e alla segretaria della Cgil Susanna Camusso – Bisogna cambiare il modo in cui si guarda al caporalato, e fissare le imprese dritte negli occhi, chiamandole a una assunzione di responsabilità. Perché ci sono imprenditori onesti, ma altri non lo sono, e danneggiano i lavoratori e la leale concorrenza».

Martina ha aggiunto di non essere «soddisfatto del risultato della Rete per il lavoro agricolo di qualità», e ha assicurato che l’impegno per migliorare le condizioni del settore, insieme ai ministri del Lavoro, degli Interni e della Giustizia, è «costante»: «Aumentiamo le ispezioni e riorganizziamo le norme penali. Sollecitiamo il Senato perché l’iter del ddl riparta».

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