Blitz degli americani: «Ucciso il capo talebano»

Blitz degli americani: «Ucciso il capo talebano»

«è morto»: il Pentagono afferma che il leader supremo dei talebani Mullah Akhtar Mansour è stato ucciso in un raid Usa condotto con un drone tra Afghanistan e Pakistan. Non è la prima volta che la sua morte viene annunciata.

Sin dai primi anni Novanta i talebani hanno oscillato tra una visione «afghanocentrica» e una più internazionale legata all’idea del loro ruolo nella guerra santa contro l’Occidente. Il Mullah Akhtar Mohammad Mansour voleva cercare di essere una sintesi di entrambe: combattente afghano, ma anche jihadista.

La sua biografia riassume quella dell’estremismo pashtun nel suo Paese. Nato nella regione di Kandahar nei primi anni Sessanta sin da giovane si unisce alla lotta dei mujaheddin locali contro l’invasione sovietica. Seguace fanatico del Mullah Omar, il leader storico dei talebani di cui prenderà poi il posto dopo la sua morte pare un anno fa, partecipa a tutte le tappe importanti della guerra sino alle presa talebana di Kabul nel 1996. E’ allora che diventa responsabile per il suo movimento della compagnia nazionale Ariana, sotto embargo da parte delle comunità internazionale.

La sua vita si svolge a cavallo tra Afghanistan e Pakistan. Gli osservatori lo segnalano come uomo profondamente legato ai servizi d’informazione militari pakistani. Fattore questo che gli ha sempre garantito potere e influenza nel movimento.

Dopo l’invasione americana dell’Afghanistan nel ottobre-novembre 2001 sceglie di arrendersi alle forze locali legate ad Hamid Karzai, che lo condona e gli permette di tornare a casa. Ma il suo ritorno alla lotta armata è coerente al ritorno del movimento talebano nel Paese. Nel 2007 i servizi americani lo indicano come responsabile della ripresa degli attentati che minacciano la stabilità del nuovo Afghanistan. Sei anni fa viene indicato tra i personaggi più coinvolti nella produzione e commercio di oppio, che costituisce la maggior entrata nelle casse del movimento.

Eletto leader si trova a dover competere con la crescente influenza di Isis in Afghanistan e Pakistan. Il 16 giugno 2015 viene resa pubblica tra gli specialisti una sua lettera indirizzata a Abu Bakr al Baghdadi, a nome di Isis in Afghanistan, in cui esprime il timore che il nuovo movimento ormai sempre più forte in Iraq e Siria possa causare profonde divisioni nel suo Paese.

Il tono è conciliatorio, ma anche di sfida: ognuno operi nei propri settori senza invadere quelli degli altri. In verità i talebani sono profondamente preoccupati dalla crescita dell’influenza di Isis nell’universo jihadista internazionale. E tuttavia riescono a combatterla con successo dopo i tentennamenti iniziali.

Negli ultimi tempi sono tornati a colpire duramente sia in Afghanistan contro il governo riformatore, sia in Pakistan. Negli ultimi tempi le forze moderate del presidente Ashraf Ghani si sono trovate anche a dover combattere contro un nemico sempre più aggressivo e ben armato.

A partire dallo scorso autunno i talebani si sono espansi dal sud al nord del Paese, sino ai Mazar El Sharif e Kunduz. Gravissimi attentati hanno sconvolto il cuore della stessa Kabul causando l’esodo delle organizzazioni internazionali e paralizzando la vita economica nella capitale.

La morte del Mullah Mansour per mano Usa, se confermata, costituisce un duro colpo per il movimento. Ma non mortale. I talebani hanno i mezzi e gli uomini per trovare un sostituto.

Lorenzo Cremonesi



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