Il dilemma dell’Anpi tra no e dissidenti “Ma non diteci chi sono i partigiani veri”

Il dilemma dell’Anpi tra no e dissidenti “Ma non diteci chi sono i partigiani veri”

SBOTTA. Certamente arrabbiato ma soprattutto stupito: «Questa è bella. Sono arrivato a 90 anni per farmi spiegare dal ministro Boschi quali erano i partigiani veri? Roba da matti». Cesare Alvazzi ha combattutto nella Resistenza sulle montagne della val di Susa, a cavallo tra l’Italia e la Francia, in provincia di Torino. Non si aspettava di dover rispondere a domande su quali siano le intenzioni di voto dei partigiani al referendum costituzionale di ottobre: «Io voterò no. Seguo l’indicazione del nostro presidente nazionale, Carlo Smuraglia. È un partigiano di cui mi fido.Faccio male?».

La polemica sul voto dei partigiani esplode di domenica pomeriggio ma covava da qualche giorno. Prima la battaglia dell’Anpi nazionale con i segretari provinciali di Trento e Bolzano, Orfeo Donatini e Sandro Schmid, contrari a costituire comitati per il “no»” al referendum così come ha deciso il recente congresso nazionale. Poi la scelta di Renato Tattini, 76 anni, di dimettersi dall’Anpi provinciale di Bologna perché «non condivido la decisione di vietare ai dirigenti di aderire ai comitati per il ‘sì’».

Decisione che si fa forte dello statuto associativo e della recente scelta collegiale: «Al congresso nazionale di Rimini – dice Anna Cocchi, responsabile dell’Anpi di Bologna – la linea del “no” al referendum è passata con 347 si e 3 astensioni. Adesso spuntano quelli che non sono d’accordo. Ma dov’erano quando ci sono stati i congressi? Ne abbiamo fatti 57 su tutto il territorio nazionale». La minoranza silenziosa. Ma perché espellerli? O vietare di fare propaganda per il “sì”? «Nessuno vieta nulla. Se un’associazione decide una linea, dopo ampia discussione, e qualcuno dei suoi dirigenti non è d’accordo può certamente esprimere la sua posizione personale. Ma non organizzare le manifestazioni pubbliche per sostenere la posizione contraria. È una questione di serietà ».

Uno dei partigiani dissidenti rispetto alla linea nazionale è Germano Nicolini, nome di battaglia Diavolo, che in un’intervista dei giorni scorsi aveva annunciato: «Andrò a votare “sì” perché il mondo va veloce e bisogna velocizzare anche le decisioni. Ma non sono d’accordo a toccare i principi fondanti della Costituzione». È questa sua frase che ha spinto Maria Elena Boschi a parlare dei «partigiani veri che votano “sì”». «Se si vuole dire che ci sono persone che hanno fatto il partigiano e che votano a favore della riforma, non mi stupisce», spiega Ermenegildo Bugni, 90 anni, partigiano bolognese come Nicolini. «Ma c’è una bella differenza tra dire che i partigiani veri votano “sì” o dire che ci sono dei veri partigiani che voteranno “sì”». Una distinzione abbastanza semplice anche se difficile a far comprendere nell’era degli sms. Il problema sta nella metamorfosi che ha inevitabilmente compiuto l’Anpi negli ultimi anni. L’anagrafe ha portato via gran parte di coloro che hanno partecipato alla lotta di Liberazione. Così, all’inizio degli anni Duemila, si è deciso di allargare l’adesione anche agli antifascisti, persone giovani che condividono i valori della Resistenza: «Personalmente ero favorevole a trasformare l’Anpi in una fondazione», ricorda Bugni. Ma aggiunge: «Capisco le ragioni di chi ha poi deciso di rimanere associazione e di far entrare i più giovani. Certo, questo ci ha esposto al rischio della strumentalizzazione politica. Il rischio che l’Anpi, in certi circoli, diventi il campo di battaglia tra Pd, Rifondazione e altre sigle della sinistra». Come voterà a ottobre? «Voterò “no” perché penso che sia il modo migliore per difendere quei principi per cui ho combattutto e per cui i miei compagni sono morti».

La polemica sul voto partigiano promette di proseguire a lungo: «Oggi tocca a noi, domani toccherà all’Arci e ad altre associazioni. C’è un atteggiamento offensivo e decisamente sproporzionato da parte di alcuni esponenti del governo», dice Maria Grazia Sestero, responsabile dell’Anpi di Torino. Che lamenta: «Prima ci trattano come CasaPound, poi ci spiegano quali sono i veri partigiani. Un po’ di sobrietà non guasterebbe».

Mario Anderlini ha 99 anni, è medaglia d’argento: «Sono il comandante partigiano che ha liberato l’accademia militare di Modena», ricorda con orgoglio. «Ho combattuto per la libertà dell’Italia. Sono d’accordo a fare tutto per difendere la Costituzione, quella per cui io ho rischiato la vita e tanti miei compagni l’hanno persa». Dunque come voterà? «Non glielo dico. Abbiamo combattuto per un voto libero. E il voto è libero perché è segreto».

 



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