Cuba, un altro passo verso la proprietà privata

Cuba. La proposta di legge è apparsa in un documento di 32 pagine. Dovrà essere approvata dall’Assemblea del potere popolare

Roberto Livi, il manifesto • 28/5/2016 • Copertina, Internazionale • 1250 Viste

L’AVANA Nuovo passo a Cuba verso la caduta del tabù della proprietà privata. Il governo intende infatti legalizzare le piccole e medie imprese per dare un impulso alla debole economia e favorire maggiori investimenti esteri.

La proposta di legge è apparsa all’inizio della settimana in un documento di 32 pagine che illustra una serie di iniziative approvate dal VII° Congresso del Pcc a metà aprile. In particolare la nuova apertura nei confronti dell’impresa privata viene dal comitato incaricato della «concettualizzazione del socialismo cubano»: per trasformarsi in legge, dovrà essere approvata dall’Assemblea del potere popolare, il parlamento cubano, che si riunirà a luglio.

Solo fra qualche mese dunque si sapranno i dettagli e i tempi di attuazione di tale apertura al mercato, anche se tutti gli osservatori concordano che si tratti di un importante segnale di cambiamento. E di un rafforzamento della linea pragmatica di Raúl Castro che, fin dalla sua nomina a presidente nel 2008, ha puntato su una drastica riduzione dell’inflazionato e improduttivo settore statale a favore di «nuove forme di gestione economica», cooperativistiche e private. Secondo il documento, il governo cubano ammetterà «piccoli negozi realizzati dal lavoratore e dalla sua famiglia» e «imprese private di piccola, media e micro scala».

La misura deriva dalla «necessità di mobilitare risorse non statali…per aumentare la produzione di beni e servizi e per la modernizzazione delle infrastrutture e del sistema produttivo, indispensabili per lo sviluppo». Date queste premesse, «il riconoscimento delle forme non statali di proprietà e gestione contribuisce alla liberazione delle forze produttive». Però, il più giovane dei Castro ha messo in chiaro che si tratta di riforme economiche e che non implicano sostanziali riforme politiche, visto che il socialismo rimane la base politica di Cuba e che la proprietà statale resterà la spina dorsale dell’economia dell’isola.

Attualmente nell’isola vi sono poco più di 500.000 cuentapropistas, lavoratori per conto proprio, eufemismo coniato a suo tempo per evitare la parola privato, aborrita dalla corrente dogmatica del partito comunista. Assieme a quasi ottocentomila piccoli contadini privati e ai poco più che 100.000 lavoratori del nascente settore cooperativistico non agricolo fa sì che circa un terzo della forza lavoro del paese ( composta da circa 5 milioni di lavoratori) è impegnata nel settore privato.

La legalizzazione dello status di piccola e media impresa concederà diritti legali alle imprese, oltre a quelli già stabiliti per gli individui. Il mezzo milione di cuentapropistas, sono già in pectore impresari con una piccola o micro impresa – bar, cabaret, ristoranti, pensioni, trasporti- che impiega personale. Però le loro attività non sono riconosciute giuridicamente come imprese. Dunque, i piccoli imprenditori cubani non hanno il permesso di importare i prodotti di cui hanno bisogno, ma devono comprarli nei negozi di stato o al mercato nero.

La fine del tabù sulla proprietà privata dovrebbe facilitare lo sviluppo del settore privato, minato dalla burocrazia e dall’assenza di un mercato all’ingrosso che ne garantisca la redditività; un passo che, per molti osservatori, era impensabile prima del disgelo diplomatico con gli Stati uniti iniziato nel dicembre del 2014. Nella sua visita all’Avana lo scorso marzo, il presidente Obama ha messo in chiaro che le misure prese dalla sua amministrazione per allentare l’embargo erano rivolte soprattutto a rafforzare la società civile cubana. Una delle più forti contestazioni a tale linea, espressa soprattutto dai politici repubblicani legati agli anticastristi della Florida, si basa sul fatto che le aperture americane in realtà favoriscono lo stato, e dunque «il regime», cubano, visto che più del 70% dell’economia dell’isola è statale. La nuova proposta di legge cubana contribuisce dunque a rafforzare la linea di apertura di Obama che, secondo recenti inchieste, gode del favore della maggioranza della popolazione e sta guadagnando spazio anche nel Congresso. Giovedì, la coalizione statunitense contro l’embargo Engage Cuba ha pronosticato che la

«Legge per la libertà di viaggiare a Cuba», presentata congiuntamente nel gennaio del 2015, «potrebbe essere approvata entro i prossimi due mesi», visto che « ha già l’appoggio di 51» dei 100 senatori della Camera Alta del Congresso.

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