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Arriva Atlante, il salvataggio a suon di debito

Popolare di Vicenza. Tutti i rischi di una nuova versione della finanza creativa. Il Fondo salva oggi la banca ma in futuro potrebbero esserci brutte sorprese

Luigi Pandolfi, il manifesto • 4/5/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 651 Viste

Le banche italiane, com’è noto, non se la passano molto bene. Entrate più tardi nell’occhio del ciclone, dopo il disastro finanziario del 2007-2008, oggi presentano un conto piuttosto salato al sistema: oltre 200 miliardi di sofferenze lorde, che salgono a 360 se ai crediti non più esigibili si aggiungono i cosiddetti incagli (esposizioni nei confronti di soggetti in situazione di difficoltà obiettiva, sebbene temporanea) ed i prestiti ristrutturati. In termini netti, vale a dire tenendo conto della svalutazione che molti di questi titoli hanno subito in questi anni, l’ammontare del buco supera gli ottanta miliardi di euro.

Cifre allarmanti (il 20% del totale dei crediti concessi), che collocano l’Italia agli ultimi posti, insieme alla Grecia, nella classifica europea delle sofferenze bancarie. Non solo. Esse testimoniano due cose insieme: il grave impatto che la crisi ha avuto sul nostro sistema produttivo ed i limiti del nostro capitalismo “relazionale”.
Dal 2008 ad oggi le imprese, anche di una certa dimensione, che hanno dichiarato fallimento sono state più di 70 mila, mentre il sistema del credito si è sempre più orientato su base discrezionale, concedendo prestiti, spesse volte, senza badare alla reale situazione patrimoniale del cliente. Su tutto, poi, il rapporto tra capitale netto degli istituti di credito e volume delle loro attività (leverage), che, come la crisi dei subprime ha dimostrato, costituisce uno dei fattori di rischio principali per la stabilità del sistema.

Nei giorni scorsi, comunque, banche e governo, sotto pressione da mesi, sia da parte dei mercati che dei vertici europei, hanno provato a dare una risposta al problema, mettendo in piedi un fondo di investimento, allo scopo di impinguare il capitale degli istituti di credito ed acquistarne i crediti deteriorati. Battezzato col nome di “Atlante”, dal nome del personaggio della mitologia greca costretto da Zeus a portare sulle sue spalle tutto il peso della volta celeste, la sua gestione fa capo ad una società lussemburghese, la Quaestio Capital Management Sgr, al cui capitale partecipano la Fondazione Cariplo (37.65%), Locke S.r.l. (22%), Cassa Italiana di Previdenza ed Assistenza dei Geometri Liberi Professionisti (18%), Direzione Generale Opere Don Bosco (15.60%), Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì (6.75%). La partecipazione dello Stato avverrà, indirettamente, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, con un assegno di 500 milioni di euro.

Di primo acchito, ciò che balza agli occhi di questa operazione è il rapporto tra la dotazione del fondo e l’ammontare delle sofferenze bancarie. Al suo debutto, infatti, “Atlante” può contare su un plafond di 4,249 miliardi di euro, dato dai versamenti di 67 istituzioni finanziarie italiane ed estere, tra banche, assicurazioni e fondazioni. Troppo poco per alleggerire in maniera significativa il sistema bancario dei sui crediti deteriorati. A maggior ragione se si considera che per l’acquisto di non performing loans (Npl) sarà impiegato il 30% dell’intero fondo. Dunque? La risposta sta nella seguente locuzione: leva finanziaria. Di cosa parliamo? Semplicemente, della possibilità di acquistare o vendere attività finanziarie per un ammontare superiore al capitale posseduto. Quando il ministro Padoan parla di un effetto-leva di 50 miliardi, quindi, si riferisce ad un indebitamento del fondo pari a 11 volte il suo capitale. In altri termini, il Fondo Atlante, partendo da una dotazione di 4 miliardi, arriverebbe a disporne 50 attraverso l’emissione di obbligazioni sul mercato. Soldi che verrebbero a loro volta usati per la ricapitalizzazione di alcune banche (fungendo da prestatore di ultima istanza) e per acquistare prestiti deteriorati. Un salvataggio a debito delle banche in sofferenza, insomma. Con l’aggiunta (o l’aggravante) che i crediti cosiddetti deteriorati, valutati nei bilanci delle banche a circa il 40% del loro valore originario, sul mercato non valgono ora nemmeno il 20%.

Nelle ultime ore, dal Fondo hanno fatto sapere di non essere disposti ad acquistare crediti deteriorati a “valore di libro”, ovvero al valore dei bilanci bancari. Acquistarli però a prezzo di mercato non avrebbe senso, non giustificherebbe la creazione stessa del fondo, il cui obiettivo è anche quello di scongiurare che gli attivi delle banche italiane vengano liquidati a prezzi stracciati. Molto probabilmente, perciò, l’operazione si realizzerà in una terra di mezzo, tra il prezzo di mercato e quello dei bilanci bancari. Questo, mentre si promette a chi investirà nel Fondo un rendimento medio annuo del 6-7%.

Se nell’immediato questa operazione ha scongiurato la risoluzione di Banca popolare di Vicenza, con la sottoscrizione da parte del Fondo del 90% dell’aumento del suo capitale, e potrà funzionare anche per altre banche con particolari difficoltà, per il futuro potrebbe risultare essa stessa foriera di problemi. D’altronde, se una banca mette i soldi in un fondo che acquisterà i suoi stessi crediti indebitandosi, di cosa parliamo? Ancora una volta di “finanza creativa”, che poi è la stessa che ci ha trascinato in questa crisi.

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