Burundi. Nelle strade di Bujumbura con gli oppositori braccati “Rischiamo un altro genocidio”

Già ci sono stati 10mila arresti e 500 morti, il paese è sull’orlo di una guerra civile. È rivolta contro il terzo mandato del presidente Nkurunziza, che ha risposto con una brutale repressione

PIETRO DEL RE , la Repubblica • 19/5/2016 • Copertina, Internazionale • 1574 Viste

BUJUMBURA IL nascondiglio di François è nel quartiere più malconcio della città, tutto fossi e immondizie, baracche e orticelli verminosi. Lo stesso quartiere dove venerdì mattina, sotto una pioggia furibonda, la polizia ha arrestato un centinaio di persone, compresi diversi ragazzi che andavano a scuola. «Stavolta m’è andata bene ma temo che il mio destino sia segnato perché le incursioni delle forze di sicurezza sono ormai quotidiane, così come i sequestri e gli omicidi politici», spiega questo giovane avvocato che vive da tre mesi come un animale braccato, ospite di amici sempre più impauriti e quindi sempre più restii a offrigli un giaciglio. I delatori e gli uomini delle milizie del regime, gli Imbonerakure, e cioè “quelli che vedono lontano”, sono ovunque, perciò François è costretto a sportarsi ogni tre o quattro giorni.

L’avvocato fu fermato il 30 gennaio scorso e incarcerato senza nessun capo d’accusa, se non quello d’aver pacificamente partecipato a una delle grandi manifestazioni di protesta contro il regime. «Appena arrivato in prigione m’hanno legato le mani e riempito la bocca di sassi. Poi, m’hanno frustato per ore con un’asta di metallo, e dopo quattro giorni hanno ricominciato», racconta, togliendosi la camicia per mostrarci ferite ancora aperte e purulente perché non ha più modo di curarsi. «Una settimana dopo il mio rilascio, tornando verso casa dall’ospedale dov’ero stato a farmi medicare, un amico m’avvertì che c’era la polizia ad aspettarmi. Sono in fuga da quel momento».

Arriviamo da François grazie a un suo conoscente riuscito a scappare dal Burundi, il cui nome ci serve come parola d’ordine. Da quando, nell’aprile 2015, il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato la sua candidatura per un terzo mandato, il Paese è lentamente scivolato verso una guerra civile sempre più sbilanciata tra un regime brutale e repressivo e forze della rivolta ormai esangui. Lo scorso luglio, dopo aver minacciato di morte alcuni giudici della Suprema corte, anch’essi poi fuggiti all’estero, Nkurunziza è stato finalmente rieletto, scatenando le reazioni della società civile, dell’opposizione e anche di parte del suo schieramento politico che l’hanno accusato d’aver violato la Costituzione.

Come risposta, il presidente ha subito sbattuto fuori le Ong che lavoravano nel Paese, chiuso le radio indipendenti e aperto la caccia contro quei politici, attivisti, avvocati e giornalisti contrari alla sua rielezione. Nkurunziza ha perfino vietato le motociclette nel centro della capitale sostenendo che fossero il mezzo usato dai ribelli per sferrare i loro attacchi. Da allora, in questa nazione appena più grande della Sicilia ci sono stati 10mila arresti e più di 500 morti. Inoltre, 270mila persone sono state costrette a fuggire e a rifugiarsi nei campi profughi di Ruanda, Tanzania, Congo e Uganda. Meno di un mese fa analisti dei flussi migratori verso l’Europa, hanno descritto in una riunione riservata la situazione in Burundi come la «goccia che può far traboccare il vaso». I paesi confinanti sono colmi di rifugiati, l’ondata di profughi prodotta dal peggioramento della situazione in Burundi potrebbe innescare un effetto a catena sul Ruanda, che minaccia da tempo di espellerli, quindi sul Sudan, fino a provocare una nuova emergenza nel sud del Mediterraneo.

Chiediamo all’avvocato fuggiasco che cosa pensa della recente dichiarazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite secondo cui in Burundi c’è oggi lo spettro di un nuovo genocidio di tutsi, come quello che tra il 1996 e il 2006 provocò 300mila vittime. Se ciò dovesse accadere, dicono sempre all’O-Burundi nu, nessuno sarebbe in grado di proteggere la popolazione. «Nkurunziza sa bene che la comunità internazionale è divisa e incapace di preparare un intervento militare in tempi brevi, ecco perché esiste il rischio di un genocidio etnico-politico. Quello di cui ha bisogno il regime per ritrovare consenso è proprio un nemico interno, incarnato come sempre dai tutsi che rappresentano appena il 14 per cento dei burundesi».

È vero, le forze d’opposizione non fanno distinzione di etnia, perché il loro nemico comune è Nkurunziza, un presidente che fu eletto proprio per riconciliare tutsi e hutu ma che s’è trasformato nel capo di una banda di aguzzini. Ma sebbene la propaganda del regime sulle ragioni etniche della crisi non sia ascoltata dalla popolazione, in Burundi l’equilibrio tra hutu e tutsi è ancora molto fragile. Senza contare che alcuni Paesi vicini potrebbero facilmente allargare il conflitto a tutta la regione: il Ruanda, dove pure ci fu un genocidio nel 1994 in cui furono trucidate 800mila persone, che oggi finanzia apertamente la rivolta contro Nkurunziza, e il Congo orientale, dove c’è ancora un grosso serbatoio di milizie e soldataglie nate su base etnica.

In questa stagione Bujumbura ostenta alberi di mango carichi di frutti e flamboyants esageratamente fioriti, ma la città è in stato di assedio, con le strade presidiate dall’esercito e dalle forze di sicurezza, soprattutto in quei quartieri dove si sono formate le manifestazioni di massa del movimento Halte au troisième mandat, No al terzo mandato. Il suo sindaco, Freddy Mbonimpa, minimizza e giustifica gli arresti di venerdì scorso, così come quelli precedenti, con la necessità da parte della polizia di controllare i movimenti della popolazione. «Fatto sta che ogni tutsi arrestato è ucciso appena arriva in carcere, mentre gli hutu se la cavano con un pestaggio», dice ancora François. Alle sue parole fanno eco quelle del vescovo dell’arcidiocesi di Muyinga, Joachim Ntahondereye, che al telefono ci dice: «In quei quartieri è tornata la normalità, ma a un prezzo altissimo, perché dopo gli arresti degli ultimi mesi sono scomparse centinaia di persone. Adesso regna la calma, che è però molto precaria, e che tale resterà finché regime e opposizioni non accetteranno di dialogare».

Come spesso accade, anche il conflitto nel Burundi esula dalle frontiere del Paese ed è diventato planetario: grazie ai cinesi che hanno appena firmato grossi contratti con il presidente rieletto e che quindi l’appoggiano con forza, grazie gli Stati Uniti che gli sono invece contrari e infine grazie alla Francia che una volta lo sostiene e un’altra lo osteggia. Quanto all’Unione europea, da due mesi ha tagliato ogni sussidio al governo di Bujumbura, anche se secondo l’avvocato «Bruxelles dovrebbe piuttosto congelare i conti bancari di chi sequestra, tortura e taglia le teste e vietargli l’ingresso in Europa».

Il destino del Burundi è ora nelle mani dell’ex presidente della Tanzania, Benjamin Mkapa, che la Comunità degli Stati dell’Africa Orientale ha nominato lo scorso marzo “facilitatore” della crisi. Con la nomina di Mkapa si voleva rilanciare la mediazione, ma tra le parti ancora non c’è dialogo perché il regime non accetta di far sedere al tavolo delle trattative i rappresentanti delle opposizioni. Per lui sono tutti “ribelli”.

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