Hiroshima

Obama a Hiroshima: «Mai più atomica»

Giappone. Storica visita del presidente americano: niente scuse e stesso proclama del 2009 a Praga. Nel documento conclusivo del G7 riferimenti contro la Cina. Pechino: «Inopportuno»

Simone Pieranni, il manifesto • 28/5/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale, Storia & Memoria • 761 Viste

Barack Obama segna un’altra storica data nella sua carriera alla Casa bianca, distinguendosi come il primo presidente americano a recarsi in visita a Hiroshima, in Giappone, 71 anni dopo quel 6 agosto 1945, «quando la bomba è caduta».

Un momento rilevante, come tanti altri vissuti da Obama, concepito senza le «scuse» alle vittime, ma con un invito a costruire un mondo – finalmente – senza armi nucleari. Un proclama simile a quello effettuato dal presidente americano a Praga nel 2009 e che in realtà stona con le caratteristiche delle sue due presidenze, durante le quali non c’è stata alcuna diminuzione importante dell’arsenale atomico americano.

«Ci troviamo qui nel centro di questa città e cerchiamo di immaginare il momento in cui la bomba è caduta. Le semplici parole non bastano a dar voce ad una simile sofferenza». Obama è intervenuto accanto a Shinzo Abe al Memoriale per le vittime del bombardamento di Hiroshima, avvenuto il 6 agosto 1945. «Un giorno – ha aggiunto Obama – con noi non ci saranno più le voci che diffondono la testimonianza, ma la memoria non dovrà mai svanire. Quella memoria alimenta la nostra immaginazione. Ci consente di cambiare. Da quel giorno abbiamo compiuto scelte che ci danno speranza. Stati uniti e Giappone non hanno solo dato vita ad un’alleanza ma ad un’amicizia».

Ma questo non basta, ha ricordato Obama, perché «Possiamo imparare, possiamo scegliere, possiamo raccontare ai nostri figli una storia diversa, una che renda la crudeltà meno accettabile, coloro che sono morti erano come noi. Le persone comuni lo capiscono. Non vogliono più guerra. Vogliono il progresso della scienza per migliorare la vita, non per mettere fine alla vita.

Quanto è preziosa la pace. 71 anni fa – ha aggiunto – la morte è arrivata dal cielo. L’umanità ha dimostrato di avere i mezzi per distruggersi. Con quanta velocità impariamo a giustificare la violenza nel nome di una qualche causa più alta».

Tra le persone sedute ad ascoltarlo, anche due superstiti, che il presidente americano ha poi avvicinato: Sunao Tsuboi, presidente della Confederazione prefetturale delle vittime della bomba-A al quale Obama ha stretto a lungo la mano e con il quale si è intrattenuto a parlare. Insieme a lui c’era Shigeaki Mori un altro sopravvissuto. Parole di elogio anche dal premier giapponese:

«Questa tragedia non dovrà ripetersi. È responsabilità nostra, che viviamo nel presente. Siamo decisi ad avere un mondo libero da armi nucleari», ha dichiarato Abe.
Come sottolineano però i rapporti della Federation of American Scientists Obama non ha alleggerito il peso del deterrente atomico negli States (diminuito di più sotto le presidenze dei Bush).

Anche per questo, le parole di Obama sono state riprese in modo critico da Pechino, che ha sottolineato invece quelle di Ashton Carter. Solo mercoledì scorso il ministro della difesa americano ha specificato al Naval War College che gli Usa rispetto alla Cina devono prepararsi a uno sforzo più ampio e forse perfino più lungo nel tempo di quanto sia stata la guerra fredda, ribadendo la strategia pivot to Asia che secondo Pechino, Obama vuole lasciare in eredità al proprio successore.

A margine della visita di Obama, infatti, c’erano le conclusioni del G7, di cui la Cina è stato il convitato di pietra. Nel documento finale del G7 in Giappone, tra gli altri proclami, c’è un riferimento specifico alla questione del mar cinese orientale e meridionale. E gli inni alla ripresa economica sanciti a Ise Shima, 300 chilometri da Tokyo, si basano anche su nuovi dazi sull’importazione di acciaio cinese.

E anche riguardo le questioni più diplomatiche non sono state usate mezze parole, dato che nel documento conclusivo del vertice che Abe ha giocato in casa, i sette grandi hanno espresso timore per «la situazione nel mar Cinese orientale e meridionale» rimarcando «l’importanza fondamentale della gestione e soluzione pacifica delle dispute». Il documento non menziona direttamente la Cina, ma riafferma l’impegno «a mantenere un ordine marittimo basato sulle leggi internazionali» con la soluzione pacifica dei conflitti aiutata da misure per rafforzare la fiducia, come l’uso sostenibile di mari e oceani, e la libertà di navigazione e di volo. Da Pechino è arrivata immediata la risposta.

La Cina ha espresso «insoddisfazione profonda verso il Giappone e gli altri paesi del G7» che hanno promosso «le questioni nel mar cinese meridionale» rischiando di destabilizzare la regione. Il ministero degli esteri di Pechino, attraverso la portavoce Hua Chunying, ha invitato il club dei sette grandi a evitare commenti «irresponsabili» e a fare di più per la stabilità e la pace della regione. In risposta al comunicato finale del summit di Ise Shima Hua ha invitato a fare un esame congruo e oggettivo rispettando quanto detto in passato sulla «non presa di posizione nei contenziosi territoriali». Con il mondo alle prese con «una situazione economica complicata, il G7, come piattaforma di discussione dell’economia mondiale, dovrebbe concentrarsi sull’economia e lo sviluppo, questioni di portata generale».

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