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Il ritorno di Amina rapita da Boko Haram È la prima ritrovata

Nigeria. A due anni dal sequestro di 276 ragazze è stata riconosciuta da un vigilante anti-islamisti Ha una bambina di quattro mesi, Safiya: arrestato il marito

FRANCESCA CAFERRI, la Repubblica • 19/5/2016 • Copertina, Diritti umani, Guerre, Armi & Terrorismi • 819 Viste

Cosa stesse pensando Amina Ali 765 giorni dopo essere stata portata via dalla sua scuola di Chibok, nel Nord della Nigeria, mentre due giorni fa raccoglieva erbe nella foresta di Sambisa, non lo sapremo mai. Di certo non poteva immaginare che la notizia del suo incontro con un gruppo di uomini armati avrebbe fatto di nuovo il giro del mondo.

Amina Ali, 19 anni, ne aveva 17 al momento in cui fu portata via insieme a 275 compagne: una sessantina di loro riuscirono a fuggire, lei è la prima delle 219 da due anni nelle mani di Boko Haram ad essere ritrovata. A portarla fuori dall’incubo, in una zona relativamente vicina a quella dove tutto era cominciato, è stato un gruppo di vigilantes, le milizie auto-organizzate che collaborano con l’esercito per fermare l’avanzata degli estremisti. Secondo il racconto dei giornali nigeriani, sarebbe stata riconosciuta da uno degli uomini della milizia, che ha insistito perché fosse immediatamente riportata a casa, in un villaggio poco lontano da Chibok.

Insieme a lei c’era una bambina di quattro mesi, Safiya: sua figlia. Con lei è stato arrestato un uomo, probabilmente un membro di Boko Haram, che si è presentato come suo marito.

Il ritorno di Amina è stato salutato da scene di isteria: «La madre si è messa a piangere e urlare, stava per svenire. Continuava ad abbracciarla mentre lei cercava di calmarla», ha raccontato un vicino a Bbc Africa.

La permanenza a casa è durata poco: la giovane è stata presa in consegna dall’esercito che nei prossimi giorni la interrogherà per avere notizie delle sue compagne. Secondo quanto avrebbe dichiarato, la maggior parte di loro sarebbe nella foresta di Sambisa: sei sarebbero morte nei mesi scorsi. Il ritrovamento di Amina è la prima vera notizia positiva per le oltre duecento famiglie che da più di due anni aspettano il ritorno delle loro figlie.

La notizia del loro rapimento, inizialmente tenuta sotto silenzio dal governo, diventò un caso internazionale. Quando fu confermata, decine di giornalisti di tutto il mondo accorsero in Nigeria, raccontando una crisi, quella di Boko Haram, che da cinque anni metteva alle strette il governo e aveva già causato 15mila morti e 2 milioni di sfollati.

Le foto di madri e padri in lacrime accampati di fronte agli uffici della presidenza della Repubblica ad Abuja, aggrediti dalla polizia che li accusava di turbare l’ordine, fecero il giro del mondo. La campagna Twitter #Bringbackourgirls per settimane dominò i social media anche grazie al supporto di divi di Hollywood e di personalità come Michelle Obama. Il governo americano decise l’invio in Nigeria di consulenti militari per rafforzare la caccia alle ragazze. Quando l’attenzione sembrava scemare, la premio Nobel per la pace Malala Yousafzai si recò in Nigeria per incontrare i genitori delle ragazze, criticando l’operato del governo e conquistando di nuovo alle ragazze di Chibok i titoli dei giornali di tutto il mondo.

Nulla di tutto questo però era servito a qualcosa. Le speranze dei genitori erano attaccate a due immagini: quella diffusa poco dopo il rapimento mostrava le ragazze avvolte da veli neri e viola. E quella trasmessa dalla

Cnn poche settimane fa: una dozzina di giovani spaventate che dicevano di voler tornare a casa.

Il ritrovamento di Amina dà finalmente alle famiglie speranze concrete: e al governo del presidente Buhari, eletto un anno fa con la promessa di riunione le ragazze con i loro cari, l’obbligo di agire.

 

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