Nell’ospedale italiano in Pakistan dove curano le sfigurate dall’acido

In quella zona gli attacchi sono quotidiani: giovani chirurghe assistono le vittime

Viviana Mazza, Corriere della Sera • 17/5/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 1244 Viste

Multan (Pakistan) Era mezzanotte nel villaggio di Rahim Yar Khan, nel sud del Punjab. Samreen, 21 anni, era a letto con i suoi tre figli. S’è svegliata di soprassalto, il tempo di vedere il marito avvicinarsi con una bottiglia in mano. Non può raccontare quello che è successo dopo. Le ustioni causate dall’acido che lui le ha versato sul petto e sul viso non le permettono di parlare con chiarezza. Grazie al quarto intervento in tre mesi, però, può almeno girare il collo e guardarti in faccia. «Si era sposata a 16 anni per volere di nostra madre, ma voleva una vita diversa per i suoi figli, voleva mandarli a scuola. Il marito era disoccupato. Le proibiva tutto, anche di uscire di casa. Ha tentato di ucciderla per togliersi ogni responsabilità», dice la sorella Rubina, in piedi al suo capezzale. Una lacrima scivola sui lineamenti sfigurati, Samreen chiede come stanno i suoi bambini. Il più piccolo, di due anni, è morto per le ferite. Lei non lo sa. «È in cura», mente la dottoressa per proteggerla.

Samreen viene curata grazie all’Italia. La incontriamo all’Ospedale Nishtar di Multan. «Moderno centro per le ustioni pachistano-italiano», c’è scritto sul cartello azzurro più del cielo sulla facciata di mattoni rossi. Sotto, a caratteri più piccoli: «Centro di trattamento per le ustioni da acido». Multan è diventata famosa in Occidente perché qui ha studiato in una madrassa l’attentatrice di San Bernardino e perché nel 2012 vi fu rapito dai qaedisti il cooperante Giovanni Lo Porto. Gli abitanti continuano ad essere orgogliosi della loro città per il gran numero di santuari sufi, per le calzature khussa, la poesia bilu e l’antica città murata che il Politecnico di Milano sta restaurando. Il dottor Naheed Ahmed, chirurgo plastico 48enne dalla lunga barba che dirige questo centro ustioni, vede le cose da un altro punto di vista: Multan e con essa il sud del Punjab sono il luogo in cui si concentra la maggior parte degli attacchi con l’acido che avvengono in Pakistan. E la missione della sua vita è cambiare le cose.

Nel 2001, Ahmed fondò un centro per le ustioni in uno scantinato senza strumenti né fondi. Nel 2005, il governo del Punjab cominciò a finanziarlo, ma i soldi finirono presto. Nel 2009, è nato il Progetto della Cooperazione italo-pachistana, che lo ha co-finanziato al 51%, con quattro milioni di euro: è una di 45 iniziative di un programma di 70 milioni di euro nato con l’Accordo intergovernativo per la conversione del debito nei riguardi dell’Italia. Il dottore ci guida tra le sale che ospiteranno 72 posti letto e nel reparto di terapia intensiva che verrà inaugurato a giugno. La Ong italiana Smile Again dovrebbe pensare al training dei medici.

Il dottor Ahmed è un mix di conservatorismo e modernità. Da una parte, sostiene che l’influenza occidentale e hindu sia responsabile di certi «mali» della società. «Fidanzarsi al di fuori delle nozze è normale per cristiani e hindu, ma da noi non lo era. È per questo che adesso vediamo uomini che gettano l’acido in faccia alle donne che non vogliono sposarli e viceversa». Dall’altra parte, ha affidato ruoli moderni alle donne. Ci presenta Razia Samad, 27 anni, e Arooj Khan, 25, le sue più giovani chirurghe plastiche: «Avere donne medico è importante in questa società conservatrice. Altrimenti, le vittime non denunciano gli attacchi, non vogliono mostrarsi a noi uomini». Razia ha due sorelle laureate in medicina ma hanno smesso di lavorare dopo il matrimonio. «Io non penso a sposarmi per ora. Non è la mia priorità», dice la ragazza sistemandosi il camice bianco sul tradizionale shalwar kameez colorato.

Secondo la Commissione per i diritti umani del Pakistan, gli attacchi con l’acido denunciati ogni anno in tutto il Paese sono tra i 150 e i 400. Solo a Multan ne vengono dichiarati una settantina, ma la maggior parte delle ustioni (400-500) sono presentate come incidenti domestici (è possibile che, in parte, lo siano visto che gas ed elettricità vengono erogati senza sicurezza). A volte sono le donne a usare l’acido contro gli uomini, ci spiega il dottore. In ogni caso, è una forma di vendetta che si è diffusa accanto a quella «tradizionale» di tagliare il naso o le orecchie ai nemici nelle faide. La legge del 2011 — che prevede fino a 14 anni di carcere — ha aumentato la consapevolezza ma, secondo lui, ha anche contribuito a pubblicizzarlo. «I casi sono aumentati infatti. Sono convinto che si debba educare la gente non solo sull’acido ma sui diritti. Ma in questa società feudale i latifondisti non vogliono che i braccianti siano istruiti. Lo so perché anch’io ero un ragazzo di villaggio. Se oggi sono un chirurgo, è solo grazie a Dio».

Nel letto accanto a quello di Samreen, c’è una vedova di 35 anni: Naureen, madre di tre figli. Le ustioni sul suo volto sono recenti: è stato un pretendente, «un poco di buono, un drogato», racconta con un filo di voce. Mentre lei aspettava l’autobus per Lahore, lui si è avvicinato, le ha chiesto di sposarlo. Era l’ennesimo rifiuto, le ha gettato in faccia dell’acido. «”Adesso rimarrai qui per sempre”, mi ha detto». Samreen e Naureen hanno denunciato i responsabili, ma non sanno quanto resteranno in prigione. È difficile seguire l’esito del processo, e gli stessi interventi chirurgici, benché gratuiti, richiedono continui viaggi dal villaggio: molti sospendono il trattamento perché non riescono a pagare i trasporti. E anche perché — spiega il dottore — «pensano che quello che è accaduto sia la volontà di Dio». L’ospedale tenterà in futuro anche di offrire assistenza legale ed economica.

Nella stanza entra un ragazzo, gli è stata mozzata la punta del naso. Subito si copre il volto per vergogna, e Samreen ride. «Lo trova ridicolo — spiega la dottoressa Razia — perché il suo naso può essere ricostruito, mentre il viso di queste donne no. Ma io sogno di restituire loro la bellezza. Inshallah, un giorno forse sarà possibile. Grazie alle nuove tecnologie».

Articoli correlati

5 per mille

2 Responses to Nell’ospedale italiano in Pakistan dove curano le sfigurate dall’acido

  1. […] Sorgente: Nell’ospedale italiano in Pakistan dove curano le sfigurate dall’acido – Diritti Globali 3… […]

  2. Ju ha detto:

    Grazie per i medici che hanno lavorato , pero a Ospedale di Santa Maria , Reggio Emilia è morto un giovane raggazzo di eta 43, per la neglegenza dei medici .
    cosi un famiglia è rimasta per sempre pieno di dolore.
    Il ragazzo era stata recoverta per male in cuore i medici avevano messo un Stent. Pero lo avevano mandato a casa senza altri controlli solo dopo 4 giorni, e lui poverino prossimo giorno morto per arresto cadio vessculare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This