Belgio come la Francia, stop a treni e servizi

Belgio come la Francia, stop a treni e servizi

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Treni e bus fermi, auto incolonnate per chilometri, scuole e servizi pubblici in tilt, un Paese paralizzato da una settimana. Lo sciopero che sta bloccando il Belgio non è da meno di quello francese. Proteste sociali così veementi non si vedevano da trent’anni. Il Paese va incontro a politiche di austerità molto dure imposte dall’Unione europea. Nel mirino ci sono le riforme delle pensioni e del welfare, nonché, in particolare, una legge analoga alla Loi travail d’oltralpe (e al nostro Jobs act), la cosiddetta legge Peeters (dal nome del ministro del Lavoro) presentata dal governo di centrodestra guidato dal liberale Charles Michel. Tra queste, l’aumento delle ore lavorative settimanali da 38 a 45 (nove al giorno). Un cambiamento che, secondo la destra al governo in Belgio, dovrebbe permettere di rispondere al meglio alle esigenze di produttività delle aziende e di accordare «una maggiore libertà ai lavoratori per organizzarsi in funzione delle loro esigenze familiari», un modo originale per definire la flessibilità. Il progetto di legge prevede pure la possibilità di arrivare fino a 11 ore di lavoro al giorno, 50 alla settimana. Al contrario, sono state già ridotte le tasse alle imprese e aumentate quelle per i cittadini, dall’Iva sull’elettricità alle imposte su alcol, tabacco e benzina diesel.

Lo sciopero svela pure un’altra faccia della medaglia, meno sociale e più da piccola patria. L’adesione è stata infatti quasi totale in Vallonia, molto più modesta invece nelle Fiandre. I motivi vanno ricercati nelle disparità economiche e sociali tra le due metà del Paese, con un sud più povero dove i tagli al welfare farebbero molti danni e un nord ricco che da tempo non sopporta di pagare le tasse per assistere i disoccupati meridionali. E’ su queste parole d’ordine che ha vinto le elezioni la destra moderata del Nva (l’Alleanza neofiamminga), che ha vinto le elezioni del 2014, e ha preso piede l’estrema destra del Vlaams Belang. E’ un fuoco che da tempo cova sotto la cenere e la crisi economica e le politiche di austerità rischiano di renderlo incendiario, rendendo sempre più difficile tenere insieme due parti che non hanno nulla in comune, neppure la lingua.
Il governo, già in difficoltà per la pessima gestione della sicurezza prima e dopo gli attentati islamisti, ha chiesto ai sindacati una tregua fino alla metà di giugno. Ma quest’ultimi non hanno sospeso lo sciopero, chiedendo all’esecutivo di essere pronti a farlo solo se verrà convocato un tavolo per discutere delle questioni che sono in gioco, a partire dal lavoro. Per i sindacati le politiche di austerità del governo Michel negli ultimi due anni sono costate ai belgi cento euro al mese.

I toni rimangono molto duri: «Se la politica del governo rimarrà immutata – ha attaccato il leader della Cgsp Michel Meyer – ci sarà la guerriglia. Andremo fino in fondo e, se sarà necessario, tutto il nostro comparto è pronto a fermarsi pur di far cambiare la politica del governo sui servizi pubblici». Il prossimo sciopero generale è previsto per il 24 giugno, dopo quello di due giorni fa che ha fermato il Paese e la mobilitazione del 23 maggio scorso, con 60 mila persone scese in piazza a Bruxelles (e gli scontri con la polizia). Ma in realtà la convocazione è già superata dalla mobilitazione permanente in corso.



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