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Obama in campo per Clinton

In uno spot attentamente coreografato dalla campagna di Hillary, Barack Obama sceglia la sua ex segretaria di stato e prova a mediare tra le “anime” del partito

Luca Celada, il manifesto • 10/6/2016 • Copertina, Internazionale • 687 Viste

Io sto con lei”,  le parole di Barack Obama formalizzano l’atteso endorsement di Hillary Clinton nel video diffuso ieri online e sui social. Uno spot elettorale in piena regola (finanziato dalla campagna della candidata) i cui valori di produzione rivelano una lavorazione con largo anticipo e dunque il rispetto di un copione già da tempo stilato: tutto parte di una transizione orchestrata dal partito per la “torsione” dalle primarie verso la campagna generale.

“In queste primarie si sono espressi decine di milioni di Americani”, dice Obama. “Oggi voglio aggiungere la mia voce. Voglio congratularmi con Hillary Clinton per essere la candidata presidenziale in pectore del partito democratico. Ha il coraggio, la passione ed il cuore necessari, e ve lo dice uno che con lei si è scontrato più di venti volte.”

Pochi minuti dopo Hillary Clinton ha fatto seguito con un tweet dal suo account ufficiale: ”Onorata di averti con me presidente. Sono carica e pronta a partire”.

L’annuncio attentamente coreografato è giunto appena dopo l’atteso incontro alla casa bianca con Bernie Sanders cui nel video Obama riconosce il merito di aver mobilitato milioni di giovani e nuovi elettori.

“Va ringraziato, per aver focalizzato l’attenzione sulla disuguaglianza economica e l’abnorme influenza del denaro nella nostra politica” ha detto il presidente senza menzionare la “giustizia sociale, ambientale e razziale” su cui ha battuto la “Bernie revolution”.

Il filmato è pieno di dissolvenze su immagini di Obama e Hillary in pose autorevoli (missioni diplomatiche congiunte, incontri nello studio ovale, discussioni assorte nel rose garden – e l’immancabile foto della situation room durante il raid su Bin Laden).

Una coreografia patinata di fronte cui la campagna di Bernie risalta ancor più come elemento innovativo rispetto ad una politica che riafferma un linguaggio e messaggi istituzionali nel processo ormai avviato di “pivot” in cui il primo obbiettivo è la riunificazione dell’elettorato e la riappacificazione interna alpartito.

L’intervento di Obama è volto a facilitare questo processo giacché da qualche settimana si è fatto più stridente il coro che chiede a Sanders di dare forfait e concedere ufficialmente la vittoria all’avversaria.

Già nel suo discorso dopo la sconfitta in California (dove comunque rimangono da contare un mezzo milione di voti destinati in tutta probabilità a ridurre il margine di Hillary), Sanders ha ribadito di voler “portare fino in fondo” la propria battaglia”.

Il compito delicato dei democratici che Obama ha cercato di avviare oggi dovrebbe concludersi nella convention di Philadelphia con un partito allineato dietro alla candidata, senza disperdere il patrimonio politico ammassato da Bernie.

Il settuagenario socialista ha concretizzato le aspirazioni etiche ed utopistiche di milioni di elettori in un movimento che ha in parte assorbito le istanze diOccupy, Black Lives Matter e propaggini antiglobaliste. Aggiudicandosi il 70% degli elettori under 30, Sanders ha ipotecato il futuro del partito e motivato un segmento integrante della Obama coalition che potrebbe risultare decisivo per Hillary.

Mentre è innegabile la dimensione storica e simbolica della prima donna candidata in un anno in cui altrettanto peso avrà l’elettorato femminile, rimangono tuttavia fondamentali divergenze politiche fra il nuovo movimento e la corrente istituzionale che Hillary rappresenta.

Differenze che gli appelli dei clintoniani per un ritiro di Sanders hanno teso ad esacerbare. Dal punto di vista della sinistra progressista che nelle primarie ha raccolto oltre il 40% dei consensi, non si tratta infatti di agevolare  la candidata “ufficiale” ma semmai evitare la completa normalizzazione.

Questo significa portare il movimento a Philadelphia e far sudare a Hillary la ricompattazione del partito.

In California Sanders ha ribadito che l’antagonismo è un bene politicamente prezioso e lasciato intendere che anche un compromesso strategico necessario a fermare Trump (“non permetteremo mai che diventi presidente”, ha detto più volte e ribadito ieri dopo l’incontro di un’ora con Obama nello Studio ovale) deve rimanere cosciente del fatto che “le effettive riforme sociali provengono sempre ed esclusivamente dal basso”.

Le prossime elezioni si profilano come un nuovo  esercizio di voto per il minore dei mali. Per fermare il neo maccartismo di Trump, la sinistra galvanizzata da Sanders dovrà cioè in gran parte farsi una ragione per digerire pragmaticamente un pacchetto politico clintoniano che comprende rinnovato vigore all’eccezionalismo americano, insindacabile sostegno ad Israele e collaborazionismo con le oligarchie finanziarie.

Se nel processo dovesse andare del tutto perduto l’idealismo dei sandersiani, il danno sarebbe incalcolabile in termini di disillusione generazionale.

Starà in parte ad Obama farsi garante di un compromesso che non equivalga ad un assegno in bianco per Hillary.

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