Se la crisi della sanità serve alla controriforma

Tagli e diritti. Il Rapporto Gimbe e la denuncia del Censis sono usati dal governo per stringere i cordoni della borsa, approfondire le diseguaglianze ed evitare di guardare alle responsabilità

Ivan Cavicchi, il manifesto • 10/6/2016 • Copertina, Salute & Politiche sanitarie • 626 Viste

Gimbe (gruppo Italiano per la medicina basata sulle evidenze) è una fondazione che se collocabile per i suoi ideali dichiarati nell’area della cultura di “sinistra”, nel settore sanitario si occupa di formazione e di consulenze. La sua mission è molto collaterale alle politiche del governo: risparmiare denaro pubblico amministrando i comportamenti scorretti dei medici attraverso delle linee guida.

Per accreditarsi come difensore della sanità pubblica, ha financo istituito un premio “Salviamo il nostro servizio sanitario nazionale” che però ha assegnato alla Toscana (2014) che con la sua legge di controriforma della sanità si è beccata un referendum abrogativo, poi al Ministero della salute (2015) che non è certo estraneo allo sfascio del sistema pubblico, e infine alla senatrice De Biasi (Pd), presidente della commissione Igiene e Sanità del Senato (2016), nota per esser da sempre davanti al “bivio” privato/pubblico.

L’altro giorno (7 giugno) contando evidentemente sulla sua credibilità pubblica, ha presentato il Rapporto sulla sostenibilità 2016/2025 con il quale ci rifila la solita storiella cara ai teorici dell’universalismo selettivo: vi è un problema cronico di insufficienza delle risorse (nel 2025 servirebbe quasi il doppio delle risorse oggi previste), è urgente intervenire con un piano di salvataggio, se non si interviene perderemo la sanità pubblica.

E’ la classica esibizione del “bastone” (argumentum ad baculum) usata spesso da certi economisti, con la quale alla soluzione dei problemi reali della sanità si sostituisce una minaccia di catastrofe ma come espediente per far fuori la sanità pubblica.

Nel rapporto di Gimbe si propone una idea di sostenibilità all’insegna del compatibilismo e dell’accettazione ineluttabile dei limiti economici con ciò assecondando di fatto un asservimento del diritto costituzionale ai problemi finanziari. I diritti sono rinegoziabili e i limiti devono limitare e basta, che essi possano essere delle possibilità di cambiamento neanche l’ombra.

Per salvare la sanità Gimbe prevede cinque azioni fondamentali:

  1. offrire ragionevoli certezze sulle risorse destinate al Ssn;
  2. rimodulare i Lea (livelli essenziali di assistenza) sotto il segno del value, per garantire a tutti i cittadini servizi e prestazioni sanitarie di livello elevato, escludendo quelle dal basso value anche al fine di espandere il campo d’azione dei fondi integrativi;
  3. quindi sanità integrativa;
  4. ridefinizione delle tipologie di prestazioni, essenziali e non essenziali, che possono essere coperte dalle varie forme di sanità integrativa;
  5. coinvolgimento di forme di imprenditoria sociale, cogliendo tutte le opportunità offerte dalla recente riforma del terzo settore.

In sostanza: il governo continui ragionevolmente a definanziare la sanità, si riducano le prestazioni a carico dello Stato, tutto quello che lo Stato non garantisce più viene compensato con la mutualità o con il terzo settore.

E meno male che Gimbe voleva salvare la sanità e se non avesse voluto salvarla che cosa ci avrebbe proposto?

Meno sfacciato è il Censis che nel suo stile di ” neutralità” sociologica ci propone anche lui una ricerca (8 giugno 2016) con la quale ci descrive una situazione di sfascio sbandierando i suoi 11 milioni di italiani che rinunciano alle cure per mancanza di soldi, tale da accreditare a sua volta come unica soluzione possibile l’allargamento delle mutue e la restrizione delle tutele.

Che succede? Prima dell’artiglieria pesante si manda la fanteria in avanscoperta? Siamo forse alle soglie di una controriforma del sistema sanitario? Il governo si prepara a riabilitare la famosa teoria della “terza gamba”? Quella appunto mutualistica-assicurativa?

Sicuramente le cose stanno andando male e sicuramente non si può andare avanti di questo passo. Il sistema pubblico sta morendo piano piano. La gente è scontenta, le diseguaglianze crescono e quindi anche le ingiustizie sociali, ma soprattutto si è sempre meno curati, sempre curati peggio per scarsità di mezzi. Per non parlare degli operatori ormai trattati come lavativi colpevoli di avere un costo e di voler curare bene i loro malati.

Le incapacità di coloro che da almeno 40 anni hanno deciso il bello e il cattivo tempo sulla sanità, sono scaricate sui cittadini. Si risponde alle diseguaglianze che crescono istituzionalizzando le diseguaglianze, alle ingiustizie legalizzando le ingiustizie, l’universalismo è negato perché ritenuto arbitrariamente insostenibile.

Che colpa hanno i cittadini se non siamo riusciti a riformare davvero la cultura mutualistica dei nostri servizi? A riformare gli ospedali, la medicina generale, la specialistica ambulatoriale? Che colpa hanno se il federalismo sanitario è fallito e se le Regioni non sono riuscite a governare alcunché? Se le aziende sanitarie sono crollate sotto il peso questo si insostenibile delle loro contraddizioni? Se non siamo riusciti a fare della prevenzione delle malattia la strategia per antonomasia? Se non abbiamo mai cambiato il lavoro, ripensato le professioni, i modi di lavorare? Che colpa hanno i cittadini delle tante diseconomie causate dal clientelismo dalla disonestà di chi ha governato ad ogni livello la sanità pubblica?

Oggi in tanti si danno da fare per suggerire al governo delle controriforme ma chi risarcirà i cittadini delle riforme non fatte e di quelle tradite e di quelle sbagliate? Questo stuolo di finti savantes senza un pensiero riformatore è penoso e non offende solo i diritti ma anche le intelligenze e i buoni sentimenti.

Oggi, lo dico da tempo, la sanità a partire dal valore dell’universalismo va riformata non controriformata. E’ rimasta in dietro su tante cose. Si faccia un bilancio onesto di come sono andate realmente le cose e si traggano le conseguenze. Ma non tocchiamo i diritti.

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