strage a Orlando

Omofobia combinata con le armi da guerra

Stati uniti. Destra fanatica coccolata per anni da un Partito repubblicano senza principi e senza valori

redazione • 14/6/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 632 Viste

«Dovrebbe essere questo un periodo in cui rispettare e onorare la diversità che fa così grande l’America. A nessun attacco terroristico – specie se cerca di perpetuare l’odio – dovrebbe essere consentito di cambiare tutto questo. Non possiamo combattere l’odio con l’odio».

Giornalista gay del sito Vox, German Lopez esprime un sentimento diffuso nella comunità Lgtbq americana, il giorno dopo il massacro di Orlando. Il dolore sconvolgente si mescola con la preoccupata e lucida percezione di un’operazione manipolativa ai suoi danni, in atto da parte di politici e commentatori senza scrupoli.

Donald Trump non è solo nelle sue farneticazioni islamofobe che – oltre a essere razziste e xenofobe – sono strumentali per spostare l’attenzione dal centro reale della nuova tragedia americana, che è l’omofobia. Un’omofobia, alimentata e favorita da una destra fanatica diffusa in America, coccolata per anni da un Partito repubblicano senza principi e senza valori.

Quando Marco Rubio afferma che «gli islamisti radicali hanno preso di mira i gay e le lesbiche anche in altri paesi» e che la strage di Orlando è «il nuovo volto della guerra al terrore» dimentica disinvoltamente di essere stato messo al primo posto tra i candidati presidenziali più «anti-gay» da The Advocate, il magazine storico della comunità omosessuale statunitense. E Rubio, come Trump, come tutti i massimi esponenti repubblicani, è foraggiato dalla lobby delle armi. Già, l’omofobia arriva al punto a cui è arrivata nel Pulse night club perché si combina con la diffusione e l’accesso illimitato ad armi da guerra.

Il più grave mass shooting della storia americana è il frutto di questo combinato. Due fenomeni, due gravi patologie della società americana che vanno a braccetto e che si nutrono a vicenda. Gran parte delle uccisioni e delle stragi agite con armi da fuoco ha come palcoscenico il razzismo, o la misoginia, o l’odio religioso, o l’omofobia. Un’omofobia che, non tanto paradossalmente, cresce e si fa più violenta con l’affermarsi di diritti fondamentali per le persone Lgtbq e con l’indiscutibile centralità acquisita dalle loro lotte. Lo storico gay Gerard Kosovich ha scritto domenica che «le persone Lgtbq affrontano ogni giorno la minaccia del terrore…il terrore delle religioni che ci condannano. Il terrore dei partiti politici che si adoperano per negarci la piena cittadinanza. Il terrore dei parlamentari e dei candidati che ci attaccano. Il terrore delle autorità scolastiche che girano la testa dall’altra parte quando siamo vittime del bullismo. Il terrore dei media che diffondono l’odio. Il terrore di famiglie che ci voltano le spalle e che con le parole o col silenzio mettono in chiaro che ci considerano inferiori. Tutti loro hanno le mani sporche di sangue».

Di Omar Mateen, ventinove anni, nato in America da genitori afghani, non particolarmente religioso, secondo quanto racconta l’ex-moglie che lui picchiava, non si sa molto, né si sa come sia arrivato alla scellerata decisione di una strage in un locale frequentato da gay. La sua adesione all’Isis – dicono diversi esperti consultati dai media americani – non implica affatto che l’Isis sia mandante o regista del massacro o ne sia parte attiva. L’Isis avalla azioni come quella di Orlando – è quel che già fece dopo quella di San Bernardino, lo scorso anno – in un’ottica puramente propagandistica. E naturalmente raccoglie i dividendi dell’immagine di Spectre del terrore diabolica e indomabile, dell’immagine che le cuciono addosso i media occidentali, tanto più benvenuta in una fase di rovesci sul terreno in Medio Oriente. Accostare la vicenda di Orlando a quelle di Parigi e Bruxelles è per questo doppiamente sbagliato e fuorviante.

Omar, infatti, è un figlio dell’America, di una certa America che coltiva e pratica l’odio, e oggi con ancora più veemenza. Se verrà fuori che aderiva a una setta islamica, anche virtuale, internettiana, ne sarà una conferma: l’avrà fatto con l’identico abito mentale del bianco arrabbiato membro di un’organizzazione di suprematisti razzisti. O di un cristiano antiabortista di quelli che danno l’assalto alle cliniche dove si praticano le interruzioni di gravidanza. Non ci sarebbe da sorprendersi se risultasse un simpatizzante e potenziale elettore di «The Donald».

Quando Trump reitera la promessa di chiudere le frontiere all’immigrazione islamica dice una feroce sciocchezza. Omar è un giovane americano, uno di quei giovani a cui Trump dedica la sua predicazione politicamente scorretta. Omar non ha niente a che vedere con i profughi in fuga da paesi mediorientali martoriati e in guerra. Sparando contro i clienti del Pulse ha sparato anche contro le loro speranze.

Peraltro, alimentare l’islamofobia è particolarmente stupido oltre che obbrobrioso in un paese come l’America dove la comunità islamica è ben inserita, è operosa, è rispettata, anche nelle città dove da decenni la sua presenza è più cospicua, in città come Detroit e Chicago e in stati come il New Jersey, dove interagisce tranquillamente con le altre comunità con cui convive, nel condiviso orgoglio di essere tutti americani.

Tra i primi a offrirsi per donare il sangue, poco dopo la strage di Orlando, sono stati gli islamici della Florida. L’avranno fatto, alcuni, anche per allontanare l’onta di un massacro che di lì a poco sarebbe stato usato contro di loro? Possibile anche, ma in tal caso significa che la predicazione trumpista è andata già molto avanti, creando paure e disagio tra gli americani delle minoranze che bersaglia senza remore, nel solco di una ormai lunga pratica politica all’insegna della restaurazione bianca e dello spargimento dell’odio (basti pensare alla campagna permanente non di legittima opposizione ma di delegittimazione del primo presidente africano americano nello stesso Congresso degli Stati Uniti).

E sì, checché se ne dica, il magnate dei New York è tutt’altro che un frutto anomalo della destra, è il frutto maturo di processi regressivi in atto da tempo nel Partito repubblicano, anche in quei settori – i neocon – che oggi farebbero a meno di lui e, anzi, faranno di tutto per sbarrargli la strada verso la Casa bianca.

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