Massacro alla frontiera: 11 siriani uccisi dalle guardie turche

Massacro alla frontiera: 11 siriani uccisi dalle guardie turche

Oggi si celebra la Giornata Mondiale dei Rifugiati. Ieri la Turchia l’ha celebrata a modo suo, prima con le parole e poi con le pallottole. In un comunicato il Ministero degli Esteri ha osannato quella che definisce la politica delle «porte aperte» a tutte le persone in fuga dall’oppressione «senza fare nessuna discriminazione».

Ma mentre il Ministero ribadiva il presunto impegno di Ankara nella protezione dei profughi (2,7 milioni i siriani oggi in Turchia, nei campi profughi o da invisibili nelle grandi città), al confine sud l’esercito apriva il fuoco come fatto innumerevoli volte negli ultimi mesi: almeno 11 i siriani uccisi, tra loro 4 bambini. Stavano tentando di attraversare la frontiera vicino al villaggio di Khirbet al-Jouz, dopo la fuga da Jarabulus e Idlib. Cinque appartenevano alla stessa famiglia: Obaid al-Abo, di 50 anni, e i figli Amani, 21, Fatoum, 20, Walaa, 17, Waed, 15, e Hassan di soli sei anni. La moglie ed un altro figlio sono rimasti feriti.

Secondo fonti locali, le guardie turche hanno «sparato in maniera indiscriminata contro famiglie che tentavano di passare il confine sabato notte». Alcune foto sono apparse sui social network: una mostrava una donna in lacrime con in braccio una bimba di due anni colpita allo stomaco, altre cadaveri a terra.

Non si tratta di un evento sporadico: nel 2016 almeno 60 rifugiati siriani sono stati uccisi alla frontiera, oggi blindata, della Turchia: la politica delle porte aperte non esiste almeno da due anni, quando i kurdi di Rojava cominciarono una strenua resistenza per salvare Kobane dall’avanzata dell’Isis. La chiusura è stata ufficializzata ad agosto 2015: ai migliaia di siriani in fuga, prima da Rojava, poi da Aleppo e Idlib, Ankara ha impedito l’accesso fino a costruire vere e proprie barriere fisiche, muri e reti elettrificate.

Pochissimi quelli che entrano. E chi ce la fa passa dalla brutalità della guerra civile a quella dell’esercito turco: l’11 maggio riportavamo su queste pagine dei video di Human Rights Watch che ha documentato arresti arbitrari, torture e pestaggi compiuti sui civili in fuga. Rapporti trattati come carta straccia dal presidente Erdogan che ha negato ogni accusa.

Reazioni al massacro di ieri non ne sono arrivate. Dalla Turchia nessun commento ufficiale eccezion fatta per le dichiarazioni di un funzionario anonimo che ha negato: «Le voci secondo cui i soldati turchi hanno ucciso persone che provavano ad attraversare il confine nella provincia di Hatay non sono vere. La scorsa notte c’è stato un tentativo di passaggio illegale del confine ma nessuna pallottola è stata sparata contro la gente: dopo colpi di avvertimento, un gruppo di 7-8 persone è fuggito nel bosco».

A parlare è anche la Coalizione Nazionale, principale gruppo di opposizione al presidente Assad, ampiamente finanziato e sostenuto da Ankara: in un comunicato esprime «sorpresa e condanna dopo questa terribile tragedia che contraddice l’ospitalità del governo turco». Una dichiarazione che non alcuna base, che definisce ‘tragedia’ una pratica ormai comune e che non dà all’evento la sua reale definizione, quella di crimine di guerra.

Nelle stesse ore il Dipartimento di Stato Usa parlava dell’operazione in corso per la liberazione della città di Manbij, portata avanti dalle Forze Democratiche Siriane guidate dalle Ypg kurde, come di un’azione di successo grazie alla cooperazione con la Turchia. Dimenticando che le Ypg kurde sono oggi tra i nemici numero uno di Ankara, contro i quali Erdogan non lesina l’uso di missili e artiglieria pesante e minaccia di invadere il nord della Siria.



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